Rendere visibile l’invisibile

La tua voce stona!”
No, vieni vicino ed ascolta con più attenzione”
Risolvere il primo ed unico conflitto di potere presente in ogni testo/manifesto è il primo passo che svela come e perchè stare insieme. Il testo è scritto/visibile, la voce parlata/invisibile. Riappropriarsi della memoria significa esercitare la voce ed ascoltare. Con intenzione/attenzione. Le tessere di un mosaico sono in contatto “intimo” e un’azione collettiva prende forma solo quando la stessa “intimità” è condivisa tra chi scrive e chi legge.
Il conflitto. Violento, feroce tra chi ha il potere di “parlare” e chi ha solo il potere di “ascoltare”.
Conflitto che si riproduce perchè chi parla ha ascoltato in un tempo precedente e si riposiziona nella figura della “voce”.
Rendere visibile la “voce” pone la prima condizione per far riapparire l’invisibile. Queste parole si propongono solo come voce e non hanno una materialità di documento che rifiuto.
Ricostruire la memoria significa ascoltare per poi dare voce di nuovo alle parole. Che, forse, non saranno le stesse ma in comune avranno la voce che costringe all’ascolto per costruire, di nuovo, la memoria che impedisce l’estinguersi della voce.
Il tempo che viviamo ci impone la velocità del cambiamento, l’alibi perfetto del non poter cambiare ciò che è già cambiato. Useremo la voce e continueremo ad ascoltarci, spostando velocemente le tessere del mosaico in fondo al caleidoscopio. Siamo già cambiati, non potete cambiarci e mentre il potere, ora lento ed ingannato al suo stesso gioco, tenta di darci forma per ingabbiarci, scoprirà di non avere più una direzione ed il suo tempo sarà scaduto.
Mosaici di voci costruiranno la memoria del futuro. Volevamo il potere afono. Assordiamolo. Basterà.
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Il Tempo è un Luogo

“Chissà davvero

non torni di nuovo indecente

pericoloso

mostrare ciò che resiste”

 

Dove sono stato, senza che io ne conservi la memoria? Uccidere il talento e sostituirlo con la tecnica serve a renderci eguali. Come la differenza tra bisogni e desideri. i primi devono essere soddisfatti, i secondi possono esserlo ma conservano il loro valore nel mantenere viva la tensione. Ho bisogno di qualcosa, desidero qualcosa. L’ oggetto che soddisfa il mio bisogno mi può essere dato ma ciò che desidero richiede la mia attività, fosse anche solo il desiderio di uccidere un tiranno, almeno in sogno.

L’ arte della memoria. Per luoghi ed immagini. Ci hanno voluti ciechi, così che non potessimo ricordare i luoghi dove non siamo ancora stati. Eppure è’ lì che conserviamo le immagini delle idee che potrebbero guidarci in luoghi dove vorremmo essere. Un “mondo nuovo” dove la selezione e la differenziazione delle classi non avviene ormai che per dirittto ereditario o per le gradazioni infinite della precarietà, cosicchè il nemico ultimo è il sopravissuto, macchiato dalla peste dei dirittti acquisiti che ne fanno il corpo estraneo a questa nuova stratificazione sociale che riscopre la mobilità sociale. Una mobilità nuova, ben più illusoria di quella sognata dai nostri genitori che sognavano per noi carriere da dottori, ingegneri e professori. Una mobilità totale ma confinata all’interno di una gabbia i cui confini sono tracciati su frequenze d’onda non percepibili dagli occhi delle nuove generazioni simili ai mutati geneticamente di Huxley votati a lavorare in miniera.

L’ idea brutale ed orrenda di Huxley è stata realizzata in maniera indolore. Conserviamo i nostri simulacri di umanità’, i nostri corpi restano intatti mentre l’ animo è contorto, soggiogato, senza il bisogno o l’idea di una speranza, di una possibilità.

L’ arte della memoria tramutata nel “metodo scientifico”, la vera rivoluzione che ha permesso poi quella che conosciamo come “Rivoluzione Industriale”. Il metodo sostituisce la memoria, l’astratto si sostituisce al concreto delle immagini e dei luoghi della memoria e produce la concretezza della realtà contro la quale ci sembra impossibile agire perchè astratta. Derivata dal “metodo” che per definizione è, deve essere, unico e non ci lascia scampo.

La memoria disturba, mette in discussione il presente, prodotto di quell’astratto che il metodo garantisce e che quindi è l’unica realta’. Ma, la memoria resiste, produce ombre che ci suggeriscono realtà che devono esistere ed è il “metodo” stesso che ci aiuta perchè derivato comunque da quell’arte della memoria che si vorrebbe seppellire. Se ci sono delle ombre, devono esserci dei corpi. Se ci sono delle ombre devono esserci dei luoghi in cui si aggirano. In quei luoghi possiamo ricordare le immagini che non vogliono farci ricordare.

“Non è straniera questa terra, è la nostra”.

Questa immensa contraddizione così evidente e così impenetrabile. La vera Utopia è quella del capitalismo, ritenere possibile una comunità in cui tutti gli individui siano mossi dallo stesso implulso di razionalità che li vorrebbe tutti protesi a realizzare la massima soddisfazione ed una spinta insaziabile verso il possesso, ritenendo l’interesse e la concorrenza le uniche forze e spiegazioni della loro vita. Molto più pacata e realizzabile sembra invece l’idea di una società (comunità) in cui persistono invece aree dove il lavoro, lo studio, la vita non siano volte alla realizzazione di un profitto immediato, ma di un profitto più prezioso da riscuotere nel tempo e nemmeno certo nella sua entità. Nessun luogo, oggi, come la scuola esprime al meglio questa separazione tra ciò che è e ciò che deve essere. La scuola utopica è quella appiattita sulla preparazione di persone pronte all’utilizzo da parte del mitico mondo del lavoro che poi non sa cosa farsene di manichini tutti uguali che dovrebbero essere flessibili ma che non possono esserlo poiché la flessibilità di un gruppo sociale è data dalla differenza di conoscenze, attitudini, progetti e quello che viene fuori dalle aule è un monolite la cui superficie impenetrabile ed omogenea rivela l’ assenza totale di differenze, attitudini, talenti.

“La distruzione della memoria è stata condotta con taìe perfezione che tra poco tutti sembreremo decerebrati” scriveva Fortini quarant’anni fa.

Difficile oggi capire il valore della memoria ma basta chiedere ad un carcerato o a qualcuno degli internati in un campo di concentramento per capire come essa fosse la loro ultima ancora alla vita se non la vita stessa.

Molto più semplicemente basta immaginare di essere un carcerato od un interntato per apprezzare il valore di questa casa dove la vita, i nostri sentimenti, i nostri valori, le nostre gioie ed i dolori vivono e dove non sono toccati dal terrore e dalla minaccia della morte.

“Ma basterà rammentare come si siano ricevute, all’ inizio della vita , parole cbe ci hanno insegnato in quale direzione cercare i propri cornpagni. Allora in quello cbe scrivo o che altri scriverà, ci potrà essere, come la lima fine d’acciaio nascosta nella pagnotta dell’ergastolano, una parte metallica. Che possa appropriarsene solo chi I’abbia cbiesta e per questo meritata. Contrabbandata sotto specie in che tutti, anche i nernici, possano comunicare: ma solo a lui e a quelli come lui destinata.”

La memoria è ciò che mi fa dire che il motto liberale: “la mia libertà finisce là dove comincia la libertà di un altro” deve essere sostituito da “la mia libertà comincia esattamente dove comincia la libertà di un altro”.

Quando cominceremo a capire che la memoria è un luogo dove abitare, una strada da percorrere insieme anche se poi dovremo dividerci perché qualcuno andrà più lontano o, meglio, si fermerà per costruire la sua casa, la nostra casa, perché riempita delle speranze condivise, il settarismo (nato dalla cecità e nutrito dal pensiero afono che non ha bisogno dello sforzo dell’ascolto) saremo finalmente capaci di creare nuovi istituti, fantasie e modi di esistenza capaci di creare un mondo nuovo. Intelligenze, interessi,, fantasie, conoscenza del mondo pronto a trasformarsi in azione.

“Il settario colpisce più il vicino che il lontano” (da qualche parte nel trascinarsi tra pagine)

Ma:

“Ci vuole di tutto per fare un mondo”.

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Magari fossimo alla deriva

Riconoscere un naufragio anche senza esserne stati testimoni. Frammenti, relitti, trasportati dalle onde in ordine sparso, segni di una possente nave (basta guardare il tronco dell’albero maestro ed una delle grandiose vele che coprono come un sudario il mare) che ora non c’ è più.
La sinistra non è ancora alla deriva. Magari lo fosse. Poter percorrere una spiaggia e ritrovarne i resti sparsi tentando di ricostruire una barca, una zattera, qualcosa in grado di riprendere il mare.
Invece siamo li’. In mare aperto, in preda alle correnti, sempre più lontani. Le idee dalle idee. Le persone dalle persone. Le idee dalle persone. Persone ed idee non più riconoscibili poiché avevano un senso solo quando erano parte della nave. Certo c’era la plancia di comando, la stiva, chi manovrava le sartie ma tutti (e tutto) contribuiva alla nave. Tempeste e bonaccia affrontati insieme, discussioni innumerevoli, il chinino e la frutta fresca per combattere lo scorbuto che, di tanto in tanto, affliggeva il sogno e la speranza.
Alla deriva. Magari. Poter rivedere una terra all’ orizzonte per esplorare i nuovi territori o decidere di riprendere il mare.
Frammenti, parole come relitti che stentano ad assumere una forma che dia l’ idea, la possibilità di una direzione.
Quando ci sembra “che tutto sia stato detto, resta da dire il disastro, rovina della parola” e solo il frammento resta poiché non è  più presente quella tensione verso una totalità da riconquistare, ci trasciniamo verso la dissoluzione che pero’ può aiutarci a comprendere le ragioni di quei frammenti ed a lasciarci la speranza di una riva da raggiungere.
Ed a volte la vera disciplina, di fronte a questa estrema debolezza, “sta nel non scrivere per evitare di scrivere nell’ intensità della debolezza”.
Viviamo il tempo che ha annullato la libertà, della servitù dello schiavo senza padrone, caduti al di sotto del bisogno. Un po’ come morire per disattenzione. Domina l’ anonimato, la perdita di ogni sovranità ma anche di ogni subordinazione. Gli opposti si perdono, muore il conflitto. Se la bonaccia è  terribile sulla nave, per i detriti in mare aperto è  la fine di ogni speranza di ritrovare un senso.
“Esiste una stanchezza da cui è impossibile riposarsi: non si può più essere stanchi, distaccarsi dalla propria fatica per dominarla, spogliarsene e raggiungere il riposo. Diventa invisibile e quasi dimenticata. E’ insopportabile, eppure la si sopporta sempre, perché chi la sopporta non è più presente a provarla in prima persona”
Cosi mi ritrovo a dire nulla perché non c’ è niente che possa aggiungere a quello che non c’è da dire.
Magari fossimo alla deriva.
Poter cominciare a raccogliere un utensile, dei frammenti di vela, qualche sartia, un remo, un pezzo di mappa, giusto per ricordare che eravamo in cerca di una terra nuova.
C’ è un momento, pero’, in cui questi frammenti in balia delle onde ritornano ad essere uniti. Nell’  oscurità della notte, le stelle, ricordo di calcoli e discussioni sulla rotta da seguire.
Questo non potranno togliercelo dagli occhi ed in quel momento saremo ancora uno.
Magari fossimo alla deriva.

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Di Foglie e Silenzio

“L’infanzia e’ una terra bagnata dall’acqua, vi galleggiano barchette di carta. Accade che le barche diventino scorpioni; allora, la vita muore di veleno ad ogni istante.
Il veleno e’ in ogni corolla, come la terra nel sole. Di notte la terra e’ in balia di se’, gli uomini invece dormono beatamente. Il sonno li rende invulnerabili.
Il veleno e’ il sogno”.
Ed e’ per questo che e’ necessario sognare. Bisogna assuefarsi al veleno del sogno cosi’ da poter sopravvivere e continuare a sognare dedicandosi al racconto del sogno diffondendone la forza. “Essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell’arte del parlare”
Abbiamo bisogno delle parole in questa sorta di patologia rovesciata in cui la mancanza di parola rende incapaci di ascoltare e di capire. Se non dovessimo avere la forza od il talento necessario per costituire un esercito di artieri della parola risponderemo con l’ arma delle sirene.

“e le sirene hanno un’arma persino più mortale del loro canto…il loro silenzio…e’ possibile che qualcuno riesca a sottrarsi dal loro canto ma dal loro silenzio mai”
Davanti a questo gorgo di parole senza parola, di racconti senza sogni, di dolore senza pietà, di compassione senza azione, non ci uniremo al coro di strofe monche e facili da ripetere, opporremo il silenzio.
Immagino un comizio, un congresso, un’ assemblea con i partecipanti in fila, li’ sul podio riservato all’ oratore di turno che in silenzio si rivolge alla platea che gli risponde, muta a sua volta. E mi piace immaginare, lo sgomento, la paura dei moderni satrapi incapaci di capire, rivelati per tremebondi ed inetti quali sono senza le maschere, oggi moderne e rapide, di “gracchiate” a 140 caratteri.

Capaci di provare pietà, di amare senza chiedere niente in cambio, ma duri ed inflessibili sotto il profilo epistemologico.

Senza perdono per la ricerca di soluzioni facili e demagogiche, capaci di fermarsi per una poesia o della musica ma poi pronti a rimuovere il fango, piantare un chiodo, marciare senza sosta, confortare un amico o regalare una carezza ad un anziano senza paura nel mostrare la propria umanità, il proprio essere eguali perché solo assegnare un prezzo rende diversi.

Sogno un uomo nuovo che e’ sempre stato li’ ma che nessuno vuole vedere perché fermarsi per pensare ci da’ il tempo di pensare alla nostra morte e noi davvero non vogliamo morire.

In una situazione di stallo permanente rendiamo lo scacco finale solo più atroce.

…” Acqua, acqua ovunque,
e neanche una goccia da bere.
(..)
“Restiamo, giorno dopo giorno,
senz’alito né spinta,
fermi com’è, su un mar dipinto,
una nave dipinta.”

Il tempo e’ una creazione della mente, e’ la strutturazione matematica della progettualità.

Incastrato tra passato e futuro c’è il momento infinitamente breve del presente: l’unico momento in cui si realizzi qualcosa di reale.

L’orrore di oggi e’ che la dilatazione del presente ha reso il reale irreale.

Il non saper attendere , il non saper stare in equilibrio sul filo. coincidono col sentire che la realtà e’ impossibile, inaccettabile…e continuiamo a dilatare il presente perché non vogliamo essere sospesi….

“…Vi sono esseri del mondo di fuori ingannati dalle illusioni di una vita in continuo moto.
Volteggiano con la vita e contribuiscono alla sua irrealtà.
Noi che siamo immobili vediamo e comprendiamo.
Vivere e’ cosa rara al mondo.
La maggior parte della gente esiste e nulla più”

2, 4, 6, 8, 10, 12…qual’è il prossimo numero della serie?

V – “Lo facciamo per non sentire
E- abbiamo le nostre ragioni
V- Tutte le voci morte
E – che fanno in rumore d’ali
V – di foglie
E- Di sabbia
V- di foglie
Silenzio

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Stolto e Forte

Il mito della modernità speculare all’ essere sempre al Sud di qualcun altro. Illusione di felicita’ di mosche intrappolate al centro della ragnatela mentre altre giacciono ai bordi dove il ragno aspetta. L’ esito non cambia ma ci basta il minuto di vita che strapperemo in attesa di essere ingurgitati. Ci sono ragioni per essere infelici e la principale forse e’ la ricerca della felicita’. Ne abbiamo diritto? La riconosceremo passandoci affianco? Probabilmente ignorandola e continuando la nostra ricerca.

Mi basta pensare che sia la ricerca la vera ragione, sufficiente per essere felice. Gramsci scriveva che la “complessità del linguaggio corrisponde alla complessità della concezione del mondo posseduta” ma forse, più banalmente, il linguaggio aumenta solo l’ impossibilita’ del giungere da qualche parte. La complessità e’ oggi usata per giustificare la separatezza degli specialisti a cui ci si affida per ricevere indicazioni, spiegazioni (ovviamente semplificate ed in quanto tali autogiustificantesi nella loro rozzezza, imprecisione e, molto spesso, palese falsità) del perché qualcosa accade e, in misura maggiore, di quello che accadrà (che, ancora, in caso di inadempienza della moderna profezia – oggi chiamata modello di previsione – non accade per ragioni comprensibili e rivelate solo ai membri dell’ ordine sacerdotale), E’ vero, le soluzioni sono sempre semplici ma lo sono perché si reggono su costruzioni intricate, labirinti interminabili in cui a centinaia altri si sono persi e ne hanno costituito le fondamenta con i loro corpi e pensieri. Semplifico a mia volta, perché, in realtà, a volte le soluzioni sono davvero semplici ma questo accade solo quando ci sono le volontà comuni. Volontà comuni. Pensieri comuni. Identità comuni, ci vogliono tutti diversi perché e’ più facile dominare se persino il termine “coppia” sembra diventare una gabbia in cui vogliono rinchiuderci. L’ ordine perfetto, statico, di una moltitudine sciamante in tutte le direzioni e perciò immobile. Fermarsi per riflettere, riconoscere che e’ necessario per farsi capire dover usare più di uno slogan sembra essere diventata una fatica insostenibile. E poi a che vale? Il trend di domani e’ già superato da quello di dopodomani ed in questo scorrere incessante sono sempre le stesse logiche ad essere riproposte, diventate irriconoscibili grazie alla velocità di sostituzione. Uccidete la memoria per cancellare il futuro, unitevi alla corsa in questo scenario teatrale, rincorrendovi in tondo ed i cambi dei fondali vi illuderanno di essere il pubblico mentre in realtà in scena siete proprio voi. Condannati a ripetervi nell’ illusione di proporre il nuovo ad ogni giro ed alzata del sipario.

Mi rifugio come sempre nelle parole già scritte e che e’ inutile ripetere in forma nuova. Sono ben conscio del mio passato ed e’ per questo che nutro speranze di futuro. Anzi, sono certo di essere il mio futuro.

“Ma basterà rammentare come si siano ricevute, all’inizio della vita e ancora ieri, le parole che ci hanno insegnato in quale direzione cercare i propri compagni. Allora in quello che scrivo o che altri scriverà, ci potrà essere, come la lima fine d’acciaio nascosta nella pagnotta dell’ergastolano, una parte metallica. Che possa appropriarsene solo chi l’abbia chiesta e per questo meritata. Contrabbandata sotto specie in che tutti, anche i nemici, possano comunicare: ma solo a lui e a quelli come lui destinata.”

Come Fortini, “non so chi sono ma cerco di sapere chi sono stato, ossia in quale rete di storia e di

società mi sono trovato a vivere”

Il paradosso in cui ci troviamo a vivere e’ che la vera utopia non e’ quella del comunismo, del socialismo ma quella del capitalismo. Pensare che sia possibile continuare a vivere in un mondo dove la sopraffazione e la svendita di corpi e menti in cambio del possesso di una felicita’ temporanea e mai appagante e basata sul ridursi a merce come le merci che dovrebbero garantirci la realizzazione della nostra umanità. La ferocia ha di nuovo invaso il mondo. Certo non era mai andata via ma oggi non può più essere nascosta. Non vuole più nascondersi. L’ assenza della memoria permette tutto questo come se le stragi odierne, la crudeltà, il sangue degli inermi siano un fatto nuovo, una conseguenza di barbari improvvisamente apparsi sul palcoscenico di un quieto mondo occidentale che uccide prima togliendo la voce in maniera tale che non ci siano turbamenti del silenzio di cui si e’ avvolta la speranza di un mondo che sia il “nostro” mondo” e non quello di “noi e gli altri”.

Non so davvero perché scrivere di queste cose, quando basterebbe semplicemente rileggere le parole che ci circondano e che lentamente spariscono nelle sabbie senza fine con cui si nascondono tempi che non hanno garantito il cambiamento a cui molti anelavano ma che certamente sono stati all’ altezza delle memorie che non hanno mai dimenticato.

E come Fortini:

“Non ho mai capito gli altri né me stesso

ma il modo che ho di sbagliare questo sì. Se mi arriva

una verità è nel mezzo della fronte: è

un’ accusa. Ragiono

senza comprendere. Mai sono dove credo.

[…]

Mi è stato fatto non so quando un male.

Una ingiustizia strana e indecifrabile

mi ha reso stolto e forte per sempre”.

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