Bisogna esser liberi per poterlo diventare.

C’è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra, in cui si insegna ciò che non si sa, e questo si chiama cercare.” Arriva, infine, inevitabile ed inattesa, l’ ultima eta’, quella dell’ esperienza del “disimparare”, dove, dono insperato ed immeritato, giunge l’ oblio “delle cognizioni, delle culture, delle credenze che abbiamo attraversato.”

Immagino queste eta’ come crinali dal quale ci si muove, barcollando pericolosamente, attraversando sottili funi sospesi nel vuoto ed una volta giunti all’ assenza di pericolo si e’ colti dal desiderio di non tentare più un’ ulteriore attraversata.

L’ attraversare e’ il momento più fecondo dove il ricordo di ciò che ci si e’ lasciati indietro e’ ancora presente e si unisce alla prefigurazione di ciò che ci aspetta.

I punti di passaggio. Dove più identità, realtà immaginate e vissute si confondono rendendoci più sensibili, attenti. Per un momento possiamo trasfigurarci in Heimdall, il guardiano del Valhalla a cui non sfuggiva finanche la crescita di un singolo filo d’ erba sulla Terra.

In queste eta’ di mezzo dove quello che non so e’ il nodo d’ attenzione e ciò che ho attraversato nel passato un canto delle sirene rivolto ad impedire il completamento del passaggio (il peso che mi sospinge al’ indietro rendendo presente ed attuale il pericolo della caduta) cresce la speranza poiché ciò che e’ stato si allontana e ciò che sarà sembra poter assumere contorni di realtà.

Idee, proposte, progetti caduti nell’ oblio e che sembrano pensati per oggi o meglio, pensati ieri per un domani che non doveva essere questo presente.

Questo presente in cui bisognerebbe “guardare ciò che non si guarderebbe, ascoltare ciò che non si sentirebbe, essere attenti al banale, all’ ordinario, all’ infra-ordinario” mentre crescono le legioni degli addestrati ed assuefatti a privilegiare il “conosciuto, disponibile ed azionabile (datemi un’ app.!!)” piuttosto che tirocinanti e viandanti sulla via di ciò che e’ sconosciuto. Generazioni allenate al gregarismo e alla banalità che spenderanno la loro intera vita per sfuggire al loro unico talento: ripetizione e noia.

Intanto, nel tentativo di sottrarsi allo smarrimento ritornano piccoli frammenti di conoscenza, per di più derivati (San Max attraverso San Marx) che sembrano adattarsi senza sforzo a cognizioni nuove e non prevedibili o prefigurabili qualche decennio fa, come “L’ unione di coloro che si possiedono”. Nell’ attesa intanto che la terza parte, la più’ importante della triade della Rivoluzione Francese trovi realizzazione pratica: “fraternità”.

L’ unica difesa sembra essere l’ esasperazione o il riaderire a principi e regole non più correnti che avevano ispirato percorsi di diversità e speranze di cambiamento del mondo (e come oggi mi accontenterei giusto del mio quartiere!):

Ciò che distingue in modo decisivo il marxismo dalla scienza borghese non è il predominio delle motivazioni economiche nella spiegazione della storia, ma il punto di vista della totalità”.

Le accuse rivolte con disprezzo e, a volte, con una qualche sottospecie derivata di “caritas”: “poveretto, il solito malato di benaltrismo” (termine di cui ignoro l’ origine ma che sembra un marchio d’ infamia e la riedizione di “stelle di David” distribuite con noncuranza).

Esprimere dissenso, preoccupazione o giusto timidamente delle alternative o peggio ancora necessita’ di maggior tempo per capire e’ percepito (e rappresentato) come una palude che avanza ed inghiotte tutto.

Alla definitiva supremazia della “Tecnica” (che suggerisce soluzioni uniche senza alternative e per definizione sempre le migliori) si e’ sostituita una sua sottospecie: la propaganda. “Propaganda tecnica” con una sua verità indiscutibile e le istituzioni diventano le armi di una nuova guerra civile. Senza vittime, senza fazioni, senza scontro. La perfezione del dominio di un potere nuovo che si presenta sotto le vesti della “soluzione tecnica”. “Non avete scelta e non abbiamo scelta”. Aut-aut finale, scegliere sapendo di non poter scegliere e l’ assumere una posizione indecisa o anche vagamente neutrale rispetto all’ aporia di “scegliere senza poter scegliere” e’ il nuovo marchio d’ infamia.

Bisogna essere liberi per poterlo diventare”. Condizione di estrema fatica se contrapposta alla placida e comoda vita del prigioniero che vive senza l’ angoscia del domani, ignaro che la sua cella e’ nel corridoio dove consumerà’ i suoi ultimi passi prima di finire sul patibolo. Condannare a morte e’ semplice basta che la sentenza non sia comunicata al condannato. E prima che prenda coscienza dell’ ultimo e definitivo inganno si troverà a tirare calci al vento.

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One comment on “Bisogna esser liberi per poterlo diventare.
  1. Ned Ludd scrive:

    >Non avete scelta…
    Ciò che tentano di ridurre o eliminare non sono le capacità o le possibilità di scelta, ma lo spazio/tempo per poterle immaginare, perseguire e realizzare. Non vi sono interstizi tra un’app e un’altra app… barzelletta, risata, barzelletta, risata, barzelletta, risata… solo smettendo di ridere ci si accorge che la barzelletta è sempre la stessa.