Dadi, Bulloni e Martelli

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Contro il Muro

("Cosa si puo' contro un muro se non abbatterlo? Ma contro un muro di sabbia?")

Le Lezioni sul Capitolo VI inedito del Capitale” di Claudio Napoleoni sono il mio personale “muro di Berlino”. In abbondante anticipo (di una quindicina d’anni) sulla caduta del muro (quello vero). Non intendo affrontare qui il problema della trasformazione dei valori in prezzi (per di più
è stato abbondantemente affrontato fino ad arrivare in tempi non lontani da oggi alla “soluzione” di Cingolani.
Fatto sta che con quella lettura cadde la convinzione di avere in Marx una teoria non “ideologica” su cui basare lotte e progetti. Da cui partire per dimostrare che il profitto era lavoro non pagato. Marx ed il marxismo diventavano non più una teoria scientifica ma una ideologia come altre ed una critica del capitalismo tra le altre. Per molti non avrebbe rappresentato un problema. Per me lo era. Ripiegare sull’ aspetto filosofico e le potenti rappresentazioni delle storture ed iniquità della società capitalistica di derivazione marxiana avrebbe potuto essere una via d’ uscita, ma la mia adesione a quelle idee derivava dalla convinzione che rappresentassero una descrizione oggettiva della realtà. Che mi dava forza e mi sosteneva nell’ impegno politico.
Cosi’, mi aggiunsi aalle schiere degli scettici, dei cinici che continuavano a vedere ed a criticare (anche in forma pratica) l’ assetto sociale ed economico in cui si viveva, ma, qualcosa era mancante.
In buona sostanza e per farla breve, dalle lezioni di Napoleoni derivava la constatazione che il lavoro poteva essere tranquillamente sostituito dal capitale (meglio ancora, lavoro e capitale erano interscambiabili) senza che le equazioni per derivare i prezzi subissero modifiche per cui non c’era più una teoria del valore-lavoro, addio classe operaia come classe generale, addio al comunismo come sbocco obbligato (e desiderabile) dello sviluppo e trasformazione della struttura sociale.
La soluzione di Cingolani è arrivata dopo più di quarant’anni ma in una situazione in cui il marxismo non è più (almeno in Europa e nel nostro paese) una forza trainante. Non ci sono più “parole d’ ordine” che riassumono “interpretazioni del mondo”. Va notato che Marx (e persino Gramsci) vivono una seconda giovinezza nell’ Accademia Americana ma, appunto, si tratta di accademia. Una sorta di ritorno in forma mutata è avvenuta con il movimento no-global e con la sopravvivenza ( e persistenza) di alcuni teorici, come Toni Negri e con l’ affermarsi di concetti come biocapitalismo e capitalismo cognitivo ma questa discussione ci porterebbe troppo lontano.
Torno allo smarrimento e ad un pomeriggio di alcuni anni fa quando il ricordo della definizione di comunismo (ad ognuno secondo i suoi bisogni e da ognuno secondo le sue capacita’) mi porto’ alla scoperta della P2P Foundation e di Michel Bauwens che mi permettevano di riannodare i fili di un discorso interrotto in un tempo quasi remoto considerando la velocità ed il numero di cambiamenti nelle relazioni e nella struttura sociale.
Il pensiero, il modo espositivo di Bauwens risuona come un armonico per chi ha trascorso diversi pomeriggi (e qualche anno) nella marea delle pagine marxiane. Ma, anche cosi’, qualcosa era mancante, mi sembrava di ricadere nella “filosofia”, mancava un’ interpretazione pratica, un modello alternativo applicabile alla realtà concreta. “Analisi concreta della situazione concreta” o meglio ancora “dal concreto all’ astratto e dall’ astratto al concreto”. Fino alla scoperta del testo di Christian Sefkies, “From Exchange to Contributions , Generalizing Peer Production into the Physical World ” in cui il problema della trasformazione dei valori in prezzi sembra aver trovato la sua più naturale e logica conclusione. Non ci sono prezzi, non c’è più denaro, c’è solo il “valore”, il valore d’uso ed il “valore” intoccabile di ogni essere umano e del suo lavoro.
Da qui la decisione di mettere insieme un gruppo di lavoro per una traduzione in italiano e, forse, qualcosa in più. Esistono altri modelli sociali possibili, possibili razionalmente e praticamente, non solo perché lo si desidera o lo si sogna. Il vero discrimine qui e’ “meritarsi” questa società nuova e diversa.
Gli ostacoli sono tanti, in particolare: da dove partire, come considerare le relazioni con altri pezzi di società (ed interi stati) ancora incentrati sul mercato ed in particolare come gestire la transizione.
C’è un’ ultima cosa che vorrei aggiungere, a proposito dell’ “esaurimento della spinta propulsiva” del pensiero marxista in Europa. Questo non accade nell’ America Latina, dove questa spinta sembra essere ancora viva e ben presente. Ebbene, a Michel Bauwens e’ stato affidato dal governo dell’ Ecuador l’ incarico di realizzare un piano di transizione per un’ Economia P2P. Il progetto ha incontrato, come era da prevedersi, ostacoli e resistenze ma per la prima volta e’ stato redatto un piano di transizione. L’ argomento e’ estremamente complesso e numerosi sono i documenti da esaminare e riassumere, cosa che mi propongo di fare nei prossimi mesi, tra le altre cose (e con il vostro aiuto).
Nota Tecnico-organizzativa: chi fosse interessato a partecipare deve registrarsi per poter accedere all’ area di collaborazione del progetto.

 

 

Gradini nel Mare

Le immagini sintetizzano pensieri complessi. Mi aiutano a trovare punti di riferimento in un percorso che sbocca all’ improvviso in pianure senza punti di riferimento in cui il senso di smarrimento sembra prevalere su ogni possibilità di trovare una strada possibile, praticabile. Potrei scegliere una prosa asciutta, tecnico-descrittiva o altamente formale per discutere o proporre temi di discussione ma, e non potrebbe essere altrimenti, acuire la sensibilità, cercare uno stato prossimo allo stordimento o allo stupore alcoolico mi permette una lucidità maggiore e, soprattutto, mi fa sentire ancora capace di provare emozioni. Sono sempre stato convinto che non ci sia differenza tra un teorema ed una poesia, tra il finire un romanzo o definire la coerenza di una teoria scientifica. Credo ci sia un momento in cui ci si sente più vicini al “mondo” che siano persone, cieli, fiori o giusto l’ orizzonte.
Da qui, l’idea dei gradini nel mare, simmetrica a quella del muro di sabbia. Da li’, parte l’ idea dominante per discutere tutti i commenti letti. Man mano questo scritto diventerà più analitico, razionale, non richiederà più emozioni, in apparenza, poiché esse ne saranno il “bordone”, il sostegno sonoro che permette ad altri, tanti e diversi suoni di avere un ordine ed una loro bellezza. Quel suono profondo che sostiene il tutto.
Quello che stiamo tentando di fare e’ esattamente questo: abbattere un muro di sabbia o risalire dal fondo del mare calpestando gradini d’ acqua. La razionalità ci dice che non c’è via d’uscita ma il linguaggio ci propone delle vie d’ uscita. I muri si possono abbattere, i gradini portano in alto e chiedono di essere calpestati. “Sabbia” e “acqua” rappresentano le (presunte) impossibilita’.
Per quanto abbia scritto precedentemente del cambiamento avvenuto nell’ approccio alla possibilità di una società’ diversa, in realtà esso resta rigorosamente marxiano nella metodologia:
“Quest’ultimo chiaramente è il metodo scientificamente corretto. Il concreto è concreto, perché è sintesi di molte determinazioni, dunque, perché è unità della molteplicità. Nel pensare, il concreto si presenta, dunque, come processo della sintesi, come risultato, non come punto di partenza, pur se effettivamente proprio il concreto è il punto di partenza” (Marx, Introduzione a Per la critica dell’ Economia Politica”)
L’ Economia P2P non come surrogato del “comunismo” e come inevitabile risultato dello sviluppo delle forze produttive ma come “scelta” possibile di un processo che supera i difetti (inevitabili nella costruzione teorica del liberismo) di cui il “mercato” pretende di essere la soluzione (scarsità, spreco, egoismo) assicurando al contempo la realizzazione massima degli individui (ottimizzazione del benessere individuale e sociale). Il “mercato” ha bisogno di quei “limiti”, di quei “difetti” per giustificare poi di esserne la soluzione. Il “digitale” ha svelato la natura artificiosa della scarsità. Le copie “digitali” hanno mostrato come il concetto di “scarsità” sia artificiale (le risorse naturali sono ovviamente da considerare in maniera differente e le elaborazioni della “Teoria dei Beni Comuni” hanno dimostrato con metodi scientifici ed evidenze concrete come siano gestibili al di fuori dell’ approccio basato sulla scarsità’ e dell’ economia di mercato) e che all’ apparire di un bene “inesauribile” si sia scatenato la battaglia per renderlo scarso e sottomesso alla logica della proprietà individuale e del profitto.
Questo abbandono dell’ inevitabilità di uno sbocco dello sviluppo delle forze produttive rimette l’ accento sulle scelte, sulla volontà dei soggetti. Il P2P e’ possibile perché scelto volontariamente e richiede un ritorno all’ azione, all’ impegno personale.
In questo senso i commenti di Laura mi hanno portato al convincimento di come parole come comunità, fiducia, lavoro volontario debbano ridiventare pratica e senso comune.
Il linguaggio del P2P ha bisogno di essere forgiato per permettere una rappresentazione del “mondo” e di alternative possibili. Non e’ una deriva filosofica sterile, e’ il campo di battaglia per ridiventare “antagonisti”. Mercato, concorrenza, competizione, efficienza, privato sono diventate parole usate senza più percepirne il carattere parziale, limitato ed espressione di una delle possibili rappresentazioni del mondo.
Alcuni dei commenti di Ciarli (nella sezione “interna” del progetto P2P) mi hanno invece suggerito un ritorno alla differenza stabilita sia dai tempi dell’ “Etica Nicomachea” di Aristotele. Ne parlo non per spostare la discussione (pericolo da evitare con cura) sul piano astratto ma perché concetti cosi antichi da sembrare quasi degli “invarianti” dell’ azione sociale.
Si tratta della differenza tra “prassi” e “tecnica” (evito di usare i termini greci per rimarcare la volontà di non voler fare dell’ accademia).
Aristotele guarda all’ agire dell’ individuo da due prospettive differenti: L’agire tecnico o produttivo, guidato dall’idea dell’oggetto da produrre che necessita di abilità operative. L’azione qui è solo il mezzo necessario al raggiungimento del fine, ma non è il fine stesso; in questo caso infatti il fine è il prodotto, che comincia ad esistere solo al termine dell’azione, ed è quindi diverso da quest’ultima. 
L’agire pratico, invece, è rappresentato dall’azione stessa che viene compiuta per se stessa, per la sua intrinseca bontà e il suo compiersi rappresenta il raggiungimento del fine.
Con l’ elevazione a forma autonoma del denaro nell’ economia capitalistica che si realizza storicamente con la coniazione della moneta si attua il primo capovolgimento dei mezzi in fini. Quando le merci sono mediate dal denaro, qualsiasi scopo umano appare raggiungibile soltanto mediante il denaro stesso; ne segue che il conseguimento del denaro, da mezzo che era, diventa il vero fine che tutto a sé subordina. Adesso gli scopi, una volta considerati come “scopi ultimi” delle azioni pratiche diventano semplici effetti derivanti dall’avere compiuto le procedure richieste dall’operare del mezzo. All’agire (prassi), come scelta di fini, subentra il fare (tecnica), quale produzione di risultati funzionale all’incremento del mezzo stesso. Con il capitalismo si compie il passo radicale: la scomparsa della distinzione tra mezzi e fini.
Il P2P rappresenta la “Filosofia della Prassi”, la possibilità, la scelta del ritorno alla distinzione tra mezzi e fini e non si tratta semplicemente della disponibilità’ a collaborare, a condividere liberamente risorse e lavoro senza che esse vengano misurate dal denaro. Il P2P dimostra che il denaro e’ un mezzo come un altro per la gestione delle transazioni sociali e va oltre eliminandolo totalmente dalla sfera dello scambio sociale.
Non c’è niente di nuovo in queste poche note. Solo un tentativo di riassumere delle chiavi di interpretazione del mondo e la disponibilità di strumenti per realizzare un progetto di società’ dove il diritto alla felicita’ sia a portata almeno nel sogno perché oggi ci e’ stata tolta persino la capacita’ di essere felici giusto nel sogno con la tirannica imposizione di riconoscere che siamo felici e soddisfatti in ogni dove e perennemente purché disposti ad accettare l’ immutabilità del presente.
Nota tecnica: Il Post e’ in successione perché la discussione o l’ “orientamento” su questi temi e’ ad accumulazione. Il Blog vero e’ proprio e’ una sorta di narrazione indipendente da questo progetto.

Il Lutto dell’ aquilone

“La ricchezza o è troppo rara per poter essere spartita o distrugge la libertà e le libertà dei più deboli”
(I. Illich)

I leader e le idee sono come gli aquiloni. A guardare da lontano si ha l’ impressione che volino sopra la terra, con leggerezza ma poi, col tempo, comprendi che e’ il vento che li sostiene. Senza l’ invisibile sostegno e guida del vento l’ aquilone e’ un triste ammasso di carta e legno che giace li’, per terra, vaghi sussulti possono scuoterlo ma quell’ agitarsi sembra più simile alla fine che all’ inizio di una vita, di un percorso alto, dove tutti possono inseguirlo mentre sembra indicare la strada,  pronto a librarsi sempre più in alto fino a scomparire.
La magia e’ del vento che cambia direzione senza preavviso sempre più forte e poi all’ improvviso scompare pronto a riapparire da qualche altra parte.
Da ragazzini se la corrente d’ aria non era sufficiente si correva fino a restare senza fiato sperando che quel volo accennato si tramutasse in un’ ascensione rapida e mutasse la carta crespa in un falco rapido e veloce.
I leader e le idee sono sostenute dal vento. Il vento, corpo impalpabile eppure cosi’ concreto, di carne e sangue, di sudore e volontà, di speranze e sacrifici, di sogni tenui ed abitudine alla sconfitta, sempre temporanea e mai definitiva.
Ci ritroviamo oggi a correre fino a restare stremati tirando il nostro aquilone ma a guardarlo bene, da vicino, scorgiamo una piccola striscia nera, come una volta sull’ avambraccio a mostrare il lutto.
Il nostro aquilone non sa più dove trovare il vento. Ne piange la scomparsa, eppure e’ certo dell’ esistenza di mille piccoli refoli che pero’ vagano in tutte le direzioni creando l’ illusione di una calma piatta.

Questi correnti sono i “commons”.  Innumerevoli volte il Capitale li ha socializzati e desocializzati a seconda delle sue esigenze. Il capitale subordina e distrugge i commons attraverso processi politici.  Il processo che si ripete e’ sempre quello dell’ accumulazione originaria, la storia scritta con lettere di “sangue e fuoco”. Allora erano le terre ad essere recintate, oggi quelle che chiamiamo “comunità digitali”. Forme di aggregazione sociale spontanee, comunità virtuali che si sono viste sottoposte anche loro al processo della recinzione, “le enclosures”.
Il capitale si appropria di queste comunità, al vecchio “esercito industriale di riserva” si sostituiscono questi serbatoi di lavoro gratuito. Forme di aggregazione spontanea si trasformano in dispositivi di accumulazione capitalistica.
In termini brutali da dove arrivano i profitti? Dove si genera il valore? Quando il sapere collettivo diventa direttamente produttivo di valore questo non può più essere misurato dalle leggi del mercato e qui entrano in campo le nuove enclosures. Di nuovo, per via politica, il capitale si appropria della produttività del lavoro sociale. Quando sono idee, conoscenze ed informazioni a costituire l’ oggetto delle transazioni economiche l’ economia della scarsità non funziona più. Un mp3, un testo digitale sono riproducibili all’ infinito senza che sia possibile attribuirgli un valore in base alla sua “scarsità ”. Ecco comparire la scarsita artificiale sotto la forma di meccanismi giuridici come la proprieta’ intellettuale o attraverso il monopolio del controllo delle tecnologie.
Google non produce nulla, ma, ha acquisito una capacita’ di controllo monopolistica degli annunci pubblicitari e vende i propri utenti agli inserzionisti. A questo processo di appropriazione politica grazie alle leggi sulla proprietà intellettuale si aggiunge il meccanismo della finanziarizzazione dell’ economia. Il valore delle aziende oggi non e’ dato dal valore delle loro immobilizzazioni (materiali ed immateriali) ma dalla grandezza delle comunità di cui le aziende riescono ad appropriarsi. Vendono la produttività del lavoro sociale. Quello che sfugge (o su cui, forse, non si vuole accentrare l’ attenzione) e’ che il significato di “crescita” oggi e’ ben diverso da quello usato nei decenni passati. La stessa distinzione tra crescita e sviluppo richiede molta più fatica. Quello che definisce la crescita e’ la capacita’ di capitalizzazione e Google ha una capacita’ infinitamente maggiore anche rispetto ad IBM e Microsoft che certo non sono vecchie industrie manifatturiere. Il punto e’ quante e quali reti, quanto capitale sociale si riesce a “comandare” per creare profitto sfruttando il lavoro gratuito di milioni di persone.
Fondamentale e’ comprendere come parlare di fabbrica o impresa a rete non e’ sufficiente. Quello che sta avvenendo (o che e’ già avvenuto) e’ estremamente più radicale. Le imprese, il capitale oggi e’ un insieme di marchi che “volano” sulla produzione sociale. Non c’è’ più bisogno di organizzare la produzione all’ interno della fabbrica (in realtà, in parte sussiste ancora ma solo parzialmente o se  necessario in luoghi dove le condizioni politiche di tutela del lavoro sono riconducibili a quelle della prima rivoluzione industriale). E’ difficile essere antagonisti quando si e’ stati liberati dalle proprie catene.
A tutto ciò si aggiunge la velocità. Velocità del cambiamento ingannevole poiché e’ la superficie che scorre mentre nel profondo e’ solo la struttura di dominio del capitale che si rafforza e diminuisce sempre più spazi di libertà. Spazi dove l’ antagonismo permetta il riconoscimento di ciò che in comune hanno i mille refoli che permetterebbero al nostro aquilone di innalzarsi, di volare.
C’è’ la necessita’ di pratiche costituenti, persino di un “mito” fondante, di un codice politico da adottare per riconoscersi e riconoscere l’ alterità del capitale. Oggi, assistiamo al nascere, svilupparsi e morire di “nuove tendenze” (antagoniste o no che siano) di vita breve e ciò che e’ più grave, quando finalmente si e’ capito cosa fare o cosa si ha in comune, esse sono già vecchie ed hanno perso qualsiasi capacita’ di aggregazione.
Non e’ un fenomeno nuovo. Se pensiamo ai cicli dei movimenti post ’77 tutti sono spariti senza lasciare traccia, senza sedimentare nulla in termini organizzativi, di memoria storica, di tradizioni o di linguaggi. Ed e’ normale, nei momenti di crisi (questa crisi lunghissima che stiamo vivendo dagli anni ’70, nascosta solo dalla finanziarizzazione del capitale e dalle innumerevoli bolle speculative che hanno solo ad ogni passo, impoverito sempre più le masse lavoratrici) che ci siano vittorie della destra, della reazione. E’ stato sempre nei punti alti del ciclo capitalistico che si sono organizzate le forze antagoniste dei salariati, dei precari, dei “comandati” dal capitale che si e’ costruita coscienza di classe e capacita’ di lotta per strappare una quota ai profitti.
Esiste invece un soggetto se esistono delle storie che lo narrano e se esiste qualcuno che le racconta, che ne memorizza i progressi, che ne costruisce i simboli, le icone ed anche i miti, perché senza mitologia i movimenti non vanno avanti. Insomma c’è bisogno di una cristallizzazione del linguaggio, condivisa e trasmessa tra le generazioni. Oggi questa memoria storica sembra completamente sparita anche a causa di un appiattimento verso il presente prodotto dagli stessi media, dall’organizzazione del lavoro, dalla precarietà, dall’orizzonte del rischio che ti fa ragionare sul tempo breve. A fronte di tutto questo allora il problema dei problemi è la costruzione di organizzazione per la lotta attraverso la quale giungere alla costruzione di soggettività che abbia un minimo di continuità.
Abbiamo bisogno di nuovi simboli, di memorie, di un linguaggio comune che permetta a questi mille refoli (che il capitale vorrebbe spezzettare ancora di più, per isolarci e renderci milioni di monadi comunicanti nella rete, tutti uniti come non mai e tremendamente soli) di far alzare il vento.
Il vento e’ concreto, non e’ digitale, abbiamo bisogno di rioccupare spazi, di inventarne nuovi e riconoscere i vecchi per cominciare a ricreare senso. Senso di appartenenza per produrre simboli su cui costruire la rivolta dell’ antagonismo. Imparare a riconoscerci come soggetti separati ma per fare ciò abbiamo bisogno di spazi dove mostrare la differenza ed urlare il nostro rifiuto. Non basta ritrovarsi ad una manifestazione, c’è bisogno di continuità organizzativa e di riappropriarsi di spazi fisici. La rete non può sostituire i corpi, le voci, il sudore, i sorrisi. La rete, anzi, e’ gestita dal capitale per atomizzarci dandoci l’ illusione che mai come oggi sia facile essere “collegati” con migliaia di altri individui. Terribilmente soli e attori inconsapevoli di micro-reality che siano le pagine di Facebook o di qualche blog.
Abbiamo bisogno che i refoli si uniscano, di un campo dove correre perché l’ aquilone si alzi e perda il segno di lutto che oggi lo macchia e lo rende cosi’ pesante da non potersi alzare.

Ulteriore nota tecnica: questo post e’ il frutto della discussione nel laboratorio sul retro.

 

 Commenti

21 comments on “Dadi, Bulloni e Martelli
  1. nammgiuseppe scrive:

    Metaforicamente. Ma anche perché qualcuno deve pur cominciare prima che nasca un movimento, un nome, una ‘filosofia’.

  2. Sinapsi81 scrive:

    Il P2P si limita allo scambio di qualcosa di endogeno al sistema, generalmente prodotto da altri.

    Secondo me sarebbe più interessante analizzare il fenomeno di Linux: si sviluppa una infrastruttura “aperta” e poi tutti possono essere liberi di produrci sopra quello che gli passa sulla testa con procedimenti di revisione collettiva degli avanzamenti.

  3. Antonella scrive:

    Antonio, mi sono registrata ed ho scaricato il saggio di Bauwens, ma gia’ leggendo l’introduzione ho qualche perplessita’. Cosa intendente per uso di uno schema integrato per superare il riduzionismo analitco-materialista ( scientismo) e il riduzionismo darwinistico-biologico? Perche’ bistrattare e banalizzare una teoria che parte da Darwin, ma e’ stata arricchita e verificata da generazioni di studiosi. Sono un po’ perplessa, proseguo nella lettura, ma temo che dovro’ farti molte domande.

    • Antonio "Boka" scrive:

      Ciao Antonella, sara’ interessante confrontarsi con il tuo punto di vista su Bauwens e forse mi indichera’ altre chiavi di lettura. In ogni caso ho messo il testo a disposizione per cominciare a rompere il ghiaccio su questo nuovo e diverso modo di affrontare altre economie possibili. Anche io non condivido l’ approccio filosofico al P2P e sono piu’ interessato ad una applicazione pratica dei concetti di base.
      resto in attesa delle tue domande.
      Saluti.

  4. lame scrive:

    Capisco il P2P che corrisponde al mio ideale di società. Capisco anche la gift society. L’Africa sopravvive in questo modo (e per questo molte dinamiche sfuggono ai dotti analisti di Harvard e new York).
    Concordo anche sul fatto che la condivisione della conoscenza sia il punto cruciale, il meccanismo attraverso il quale diffondere il potere in modo egualitario.
    Vedo due snodi su cui agire.
    Primo: traduzione formale. La lingua che attualmente viene usata per raccontare il P2P è inaccessibile alla massa. Punto. (cit). Può essere compresa dai frequentatori professionali della rete. Ma essi non sono ancora la maggioranza dell’umanità.
    Secondo: traduzione sostanziale. Come “tradurre” il P2P nella produzione materiale. Cincischio da tempo con idee per la sopravvivenza al dio mercato. Una riguarda il time-sharing, quindi lo scambio di utilità bypassando il denaro. La nota idea delle banche del tempo. L’altra riguarda il crowd-funding, quindi dove c’è necessità di denaro la raccolta avviene orizzontalmente. La terza riguarda le organizzazioni di produzione: qui non serve inventare niente, esistono le cooperative. Penso da tempo che un’uscita umana dalla crisi possa avvenire attraverso la riappropriazione delle produzioni da parte di chi lavora. Vedi casi argentini oltre a vari esempi anche italiani. Situazioni che si producono a partire da una crisi economica forte che spinge le persone a “mettersi in proprio” collettivamente.
    Restano irrisolti un paio di problemi. Primo, i maiali della fattoria di Orwell. È nella natura umana cercare il predominio. Meccanismi per “contenere” la spinta?
    Secondo: le grandi reti – sulle quali si basa il nostro futuro – possono costruirsi a partire da tante sottoreti? Penso di sì, ma anche qui la spinta al predominio è forte ed è favorita dalla necessità di gestione della rete stessa.

    • Antonio "Boka" scrive:

      Cara Laura, il tuo commento e’ la ragione per cui ho deciso di tradurre il testo di Siefkens. resto, alla radice, marxista e credo solo in soluzioni basate su metodi oggettivi di analisi e non basate sul buon senso, specialmente su quello piu’ semplice, che cooperare e lavorare nel comune interesse e’ meno dispendioso, stressante e persino piu’ fruttuoso del mito della competizione. La questione chiave per me consiste proprio in questo: per combattere la supremazia del pensiero dominate basata sul mito della concorrenza, produttivita’ (e del tempo di lavoro universale ed assoluto) bisogna “dimostrare che e’ possibile fare meglio con i metodi usati nelle accademie, nei centri finanziari e politici. Credo nella creazione di una massa critica di professionisti “non professionali” della politica”, di economisti “non accademici” (e piu’ competenti) di persone che possano dimostrare che agire, parlare e pensare con il cuore e’ “scoientificamente”, “oggettivamente” superiore all’ interesse egoistico che poi si ricombina manovrato dal mercato creando benessere che e’ solo un fantasma. l’illusione creata dai pochi che veramente godono dei frutti del capitale.
      Scritto veramente di fretta, perdonami se non proprio chiaro. Dimenticavo un’ultima cosa: non amo il crow-funding, e’ una delle forma con cui il mercato si e’ appropriato del P2P, ma su questo ti rispondero’ in maniera piu’ sistematica ed adeguata.

  5. marco scrive:

    Il paradigma di una società basata sull’accumulo, a tutti i livelli e quantità, è difficile da sostituire con necessità/bisogni per molti in questo momento lo stesso accumulo è un bisogno, siamo lesti e decisi quando si tratta di attaccare accumuli altrui meno molto meno quando si tratta dei propri… Altro problematica enorme sono i beni comuni, che non lo sono più ma appartengono a qualcuno che siano stati, gruppi o persone… Queste sono le problematiche principali di una transizione tra due modelli, fin che si parla di cose come idee progetti arte e quant’altro di meno tangibile lo sviluppo del P2P è stato di facile comprensione e adesione, messo su un piatto di argento dalla tecnologia, espandere il modello comporta un cambiamento di mentalità e di comprensione delle possibilità che il cambiamento può dare, è un processo meno immediato, più faticoso che abbisogna di basi solide per dimostrare la sua fattibilità… sostituire la possibilità (data dal modello in vigore) di accumulo con la possibilità di vivere una vita più armonica con la tua individualità nel rispetto delle individualità altrui necessita di uno sforzo notevole, ma proprio in un periodo di crisi e di smarrimento con la consapevolezza sempre più diffusa che questo modello abbia il fiato corto, le persone si guardano intorno cercando nuove vie e alternative… Ne parleremo, però io penso che bisogna partire da cose comprensibili e di facile dimostrazione che il sistema alternativo può funzionare, gestione dell’acqua, rifiuti e agricoltura sono i campi dove le società avanzate possono più facilmente far germogliare questi semi è solo una piccola parte ma in una società assetata di risultati a breve termine non possiamo solo idealizzare grandi trasformazioni senza far toccare con mano anche piccoli risultati tangibili.

  6. Antonio "Boka" scrive:

    La differenza sta nel fatto che quando la tecnologia (e l’ idea) del P2P e’ nata non c’era uno spazio da occupare. Lo spazio e’ stato creato dalla tecnologia stessa. Dovremmo riflettere sul fatto che le multinazionali del software sfruttano allegramente il P2P avendo risolto il problema degli “scarti” che adesso sono a costo zero. Esistono poi varianti “capitalistiche (per dire) del P2P di cui il riferimento sopra e’ uno degli esempi. Tutto ha un costo e nel caso del P2P il costo e’ rappresentato dall’ impegno dei partecipanti. Si tratta di trovare una via, credo sia possibile ed in fin dei conti Marx ha scritto dei libri ed esposto delle idee e vedi cosa e’ successo. Continueremo a parlarne e (spero) a trovare delle vie d’ azione.

    • Ned Ludd scrive:

      non capisco 1.
      Le “multinazionali del software” hanno sempre tenuto a debita distanza i protocolli p2p… sarebbe la loro rovina. Chi ha guadagnato per effetto del p2p sono i fornitori di “connessione veloce”… non ti serve la fibra ottica se non vuoi scaricare 4 film e 20 album musicali contemporaneamente.
      Le “varianti capitalistiche”, da Napster e Kazaa in poi, hanno sfruttato il p2p come piattaforma di lancio, ma poi l’hanno abbandonato per modelli differenti e più controllabili.

      non capisco 2.
      “non c’era uno spazio da occupare”… si quale spazio stiamo parlando?

      capisco.
      “il costo e’ rappresentato dall’ impegno dei partecipanti.”
      p2p funziona perché un 90% dei partecipanti -prende solamente- , mentre il restante 10% -mette a disposizione- per patologie tutt’ora oscure… Sindrome da archivista/bibliotecario? Collezionismo?

      p2p è struttura (chiara e semplice).
      Sharing è un azione, un comportamento umano… un po’ più complesso.
      Mi pare che Bauwens mescoli le due cose in modo piuttosto ‘fumoso’… ed è un vizio ‘accademico’ comune… assai diffuso negli ultimi 10 anni.

      • Antonio "Boka" scrive:

        > Non capisco2 (E’ piu’ semplice da affrontare):

        Mi riferisco al fatto che il P2P nello spazio fisico dell’ economia ed in particolare delle strutture legislative che regolano i rapporti tra persone e stati deve sostutirsi ad una pratica dominante sedimentata nelle coscienze e regolata (e punita) dalle strutture formali che ci siamo dati (o che abbiamo trovato). In questo senso lo spazio occupato dal P2P era lo spazio che la “rete” stessa creava grazie all’ accettazione delle regole implicite (free-loader permettendo). Le difficolta’ nascono quando risorse e prodotti da condividere sono finiti (e non infiniti come nel caso del digitale). In fin dei conti e’ facile accettare la teoria del “dono” quando donare non ti costa niente e non ti priva delle “tue” risorse. Il punto chiave sta nel mettere insieme il concetto di bene comune e di P2P per dimostrare che la scarsita’ di questi beni e risorse e’, molto spesso creata artificialmente dal sistema per permetterne la riproduzione di funzionamento e comportamenti.

        In quanto a >non capisco1, distinguo tra il “protocollo p2p” e l’ utilizzo da parte delle multinazionali. Tu stesso hai fatto notare come in realta’ Google, Facebbok ed altre “strutture proprietarie2 della e sulla rete utilizzino contenuti creati dagli utenti (e gli utenti stessi) per ricavarne un profitto. Quello che trovo paradossale e’ il discorso sulla fine della fabbrica quando in realta’ ci hanno trasformato tutti in produttori non pagati.
        In quanto a Bauwens condivido le perplessita’ ma e’ un insieme di concetti da considerare. Nel sito dedicato all’ Ecuador (un mattone da dieci tonnellate) ci sono appunto delle critiche in questo senso.
        Ne parliamo una prossima volta.

        • Ned Ludd scrive:

          grazie, mi aiuta a capire meglio… soprattutto a capirsi meglio.
          Sto imbiancando casa, ma mi interessa rientrare su questo argomento che avevo abbandonato 10 anni fa, molto prima che la Fondazione fosse fondata.

          Solo un appunto, Google, Facebook etc. sono strutturalmente la cosa più lontana dal p2p… L’obiettivo (solo parzialmente raggiunto) di una struttura p2p è la connessione paritaria, quindi l’eliminazione di ‘entità’ centralizzate (eg. amministratori) o intermediarie…. tradotto politicamente, l’eliminazione della rappresentanza e del leader.

          A presto.

          • Antonio "Boka" scrive:

            Nemmeno per un attimo mi ha sfiorato l’idea che Google & C. avessero la piu’ lontana comunanza con P2P. Quando parlo dello sfruttamento P2P mi riferisco allo scaricamento dei costi di “Ricerca Sviluppo” sul mondo Open Source ed al suo sfruttamento in maniera diretta e/o indiretta. Resta, inoltre, sempre il problema del controllo della rete fisica. Un mondo ideale P2P sarebbe quello di milioni di collegamenti wi-fi senza dorsale. A questo proposito, ricordo di un esperimento in tal senso. Non so se ne sei al corrente ma posso ritrovarlo. Per il resto, se vuoi, puoi registrarti ed avere accesso ai documenti su cui stiamo lavorando. E’ work in progress ma potresti scaricarti le versioni definitive e basta se non hai tempo e volgia per partecipare.

            • Ned Ludd scrive:

              Boh? Ho qualche difficoltà ad incastrare alcuni pezzi del puzzle, prenderò ripetizioni.
              Sullo “scaricamento dei costi” ero fermo a IBM che ha investito un sacco di grana per debuggare il kernel di Linux e altri progetti Open.
              “wi-fi senza dorsale”, progetto già operativo di questo tipo conosco solo Netsukuku .

  7. Ned Ludd scrive:

    L’ argomento e’ estremamente complesso e numerosi sono i documenti da esaminare e riassumere

    E questo che mi preoccupa…

    Quando nel 1999 venne (in sordina) rilasciato Napster, il primo p2p, ci vollero 15 minuti per capire cos’era e come funzionava… e funzionava.
    Su nettime.org si stappò subito champagne.

    Certo, creare una ‘rete’ p2p nella società reale-fisica è una cosa ben diversa dallo scambiare inform-azioni, così diversa da far sembrare il nome p2p una sorta di “brand filosofico” di lusso… buono per un lancio pubblicitario/accademico.

    Cerco dove da sempre si parla delle cose quando succedono… se succedono:
    site:slashdot.org Bauwens
    1 risultato
    site:nettime.org Bauwens
    125 risultati

    …è molto poco e resto molto scettico.
    Proverò a documentarmi meglio sull’esperimento reale in Ecuador.

  8. marco scrive:

    Scrivo solo una nota sul percorso da “ignorante” che ho fatto seguendo i semi del “maestro” che nonostante una partecipazione a dei blog molto disordinati e pieni di polemiche giornaliere ha da sempre tenuto un filo rosso di una narrazione personale che si intrecciava con le trasformazioni dei nostri tempi, con le “ideologie” dominanti e soccombenti… quello che da subito mi ha colpito è la critica “scientifica” a modelli e visioni che altri portavano come verità assolute ma che alle prime obiezioni si dimostravano conoscenze assai superficiali coperte da una propensione “fideistica”… da li ho seguito quel filo rosso dal Brumaio che spiegava inserendo le varie teorie Marx Ricardo Sraffa Keynes etc etc … toccandoli con delicatezza ma dando la sensazione più che fondata che quelle parole semplificate venivano da una conoscenza non superficiale… fino ad arrivare alle ultime critiche di moda di Piketty anche quelle trattate seguendo quel filo rosso che aiutava a capire che le varie teorie conosciute che si basavano sulla critica ma allo stesso tempo al riconoscimento del fondante della teoria capitalista erano superate a livello di teorie scientifiche ma vivevano per convinzioni ideologiche di contrapposizione… In questo percorso fatto di semi come spesso accade una frase mi ha spalancato le convinzioni verso i concetti P2P ( sempre seguendo Antonio)
    “ad ognuno secondo i suoi bisogni e da ognuno secondo le sue capacità”
    Ecco perché credo che l’unico modo, difficile e faticoso, di una alternativa possibile passi da questo approccio che partendo da un concetto astratto e filosofico di vita lo renda attuabile mediante un percorso di rigorosità scientifica…