Ereditare la terra ed anche il suo dolore

“La Possibilità dell’ Impossibile”. Tra il paradosso di Benjamin e il “Bisogna immaginare Sisifo felice” di Camus trova riparo il sogno della mia generazione. La razionalità dell’ analisi e dell’ azione politica ci aveva insegnato a bandire il sogno. Come conservarlo intatto senza tradirlo? Come dimenticare che la lucidità si nutriva di quella possibilità dell’ impossibile?

“Infinita speranza, ma non per noi”. Questo e’ quello che resta.

Paradossale. Paradossale la capacita’ di analisi di individui capaci di cogliere gli sviluppi sociali in anticipo di decenni e la totale incomprensione del presente. Sballottati tra il Marx del “sogno di una cosa” e dell’ “analisi concreta della situazione concreta”. Parole d’ ordine come “tutto, subito”. Rese incondizionate ed inconsapevoli alle forze dominanti del Capitale che infatti vuole tutto e subito per se’. Fagocitati dal vortice della velocità, altro “accidente” del Capitale senza realizzare che               l’ antagonismo vero doveva essere basato sul: “non oggi”, “forse domani” e sicuramente non a quelle condizioni. Penso al dibattito permanente tra le due anime in contrapposizione del PCI, rappresentate da Amendola ed Ingrao, l’ uno convinto della piena aderenza dello sviluppo italiano al capitalismo senza ritardi e l’ altro convinto della necessita’ di dover modernizzare la società italiana per permettere il pieno dispiegamento delle forze produttive. Oltre, sullo sfondo, i teorici d’ avanguardia, i Tronti, i Negri che elaboravano teorie ed affinavano strumenti forgiati per un futuro di la’ da venire e che si sarebbero poi rivelate armi spuntate ed arrugginite al momento del bisogno.

Questa non e’ una disamina critica o accademica di quelle posizioni ma la descrizione dello smarrimento di chi si trovava di fronte questo marasma che nella “pratica” poi diventava la miseria dei governi di solidarietà nazionale con l’ aggiunta di altre soluzioni che all’ epoca si definivano di “piccolo cabotaggio”.  La partecipazione o il rinvenimento di piccole isole di “avanguardia” artistica o politica non potevano fare altro che accrescere quel senso di isolamento stupefacente che può essere rappresentato solo dall’ immagine di cortei di migliaia di persone o comizi con grande partecipazione in cui sembrava che ci fosse un collante comune, una forza, un legame invisibile che ci tenesse insieme e che invece, oggi, ricordo come una moltitudine di solitudini impenetrabili l’ una all’ altra. Sarebbe sciocco non ammettere che il ricordo (specialmente se contaminato dal fallimento) distorce la realtà di quel presente ma di sicuro mette allo scoperto e rivela che cosa ci fosse dietro quell’ inquietudine che si insinuava a tratti ed a volte, nemmeno percepibile come tale.

“Infinita speranza, ma non per noi”. Questo e’ il nostro lascito.

A pensarci bene non e’ poco ed in fondo e’ la stessa eredita’ ricevuta da chi ci ha preceduto.
Continuare in questa catena circolare di eventi dove la speranza da mezzo si trasforma in fine?
O forse, questa e’ la catena da perdere?
Un capovolgimento nell’ uso della scrittura (del pensiero trasformato in mezzo materiale) potrebbe rappresentare la via d’ uscita. Una scrittura non più al servizio del pensiero, una scrittura senza scopo, senza identità che possa mettere in discussione tutto e diventare essa stessa forza materiale.
Un nuovo “Das Kapital” di nuovo scritto a lettere di sangue e fuoco.
Prendere atto che le interpretazioni della società occidentale sono limitate a quella che ormai e’ una riserva protetta sullo scenario mondiale e che i teorici tutti ripiegati sul capitalismo cognitivo, il biocapitalismo ed affini sono come dei naturalisti che mai hanno osservato la realtà naturale. “Le fabbriche sono scomparse”, “fine del lavoro manuale”, “intelligenza collettiva”, ignorando che al di la’ delle tranquille mura di un ristretto spazio geografico-politico non e’ cambiato nulla o forse, come per gli animali nei giardini zoologici, noi abbiamo acquisito la libertà’ di vivere assoluta. Vivere liberi,  per morire, schiavi senza padrone, condizione orribile dalla quale non ci si può riscattare perché niente resta da liberare. Liberi “da” tutto ma non “per” qualcosa. Anche la morte diventa misera come se avvenisse per disattenzione e non come esito inevitabile in risposta al quale diventa imperativa la ricerca di significato. Inutile la ricerca di sovranità quando non si e’ più capaci di riconoscere la subordinazione.
Forse e’ giunto il tempo della disperazione, il tempo in cui non ci sono eredita’ da passare, insegnamenti da tramandare, parole pronte all’ uso da gridare.
Forse e’ giunto il tempo dell’ azione e ci sarà un tempo per forgiare le parole da trasmettere e ricordare.

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