Il Tempo è un Luogo

“Chissà davvero

non torni di nuovo indecente

pericoloso

mostrare ciò che resiste”

 

Dove sono stato, senza che io ne conservi la memoria? Uccidere il talento e sostituirlo con la tecnica serve a renderci eguali. Come la differenza tra bisogni e desideri. i primi devono essere soddisfatti, i secondi possono esserlo ma conservano il loro valore nel mantenere viva la tensione. Ho bisogno di qualcosa, desidero qualcosa. L’ oggetto che soddisfa il mio bisogno mi può essere dato ma ciò che desidero richiede la mia attività, fosse anche solo il desiderio di uccidere un tiranno, almeno in sogno.

L’ arte della memoria. Per luoghi ed immagini. Ci hanno voluti ciechi, così che non potessimo ricordare i luoghi dove non siamo ancora stati. Eppure è’ lì che conserviamo le immagini delle idee che potrebbero guidarci in luoghi dove vorremmo essere. Un “mondo nuovo” dove la selezione e la differenziazione delle classi non avviene ormai che per dirittto ereditario o per le gradazioni infinite della precarietà, cosicchè il nemico ultimo è il sopravissuto, macchiato dalla peste dei dirittti acquisiti che ne fanno il corpo estraneo a questa nuova stratificazione sociale che riscopre la mobilità sociale. Una mobilità nuova, ben più illusoria di quella sognata dai nostri genitori che sognavano per noi carriere da dottori, ingegneri e professori. Una mobilità totale ma confinata all’interno di una gabbia i cui confini sono tracciati su frequenze d’onda non percepibili dagli occhi delle nuove generazioni simili ai mutati geneticamente di Huxley votati a lavorare in miniera.

L’ idea brutale ed orrenda di Huxley è stata realizzata in maniera indolore. Conserviamo i nostri simulacri di umanità’, i nostri corpi restano intatti mentre l’ animo è contorto, soggiogato, senza il bisogno o l’idea di una speranza, di una possibilità.

L’ arte della memoria tramutata nel “metodo scientifico”, la vera rivoluzione che ha permesso poi quella che conosciamo come “Rivoluzione Industriale”. Il metodo sostituisce la memoria, l’astratto si sostituisce al concreto delle immagini e dei luoghi della memoria e produce la concretezza della realtà contro la quale ci sembra impossibile agire perchè astratta. Derivata dal “metodo” che per definizione è, deve essere, unico e non ci lascia scampo.

La memoria disturba, mette in discussione il presente, prodotto di quell’astratto che il metodo garantisce e che quindi è l’unica realta’. Ma, la memoria resiste, produce ombre che ci suggeriscono realtà che devono esistere ed è il “metodo” stesso che ci aiuta perchè derivato comunque da quell’arte della memoria che si vorrebbe seppellire. Se ci sono delle ombre, devono esserci dei corpi. Se ci sono delle ombre devono esserci dei luoghi in cui si aggirano. In quei luoghi possiamo ricordare le immagini che non vogliono farci ricordare.

“Non è straniera questa terra, è la nostra”.

Questa immensa contraddizione così evidente e così impenetrabile. La vera Utopia è quella del capitalismo, ritenere possibile una comunità in cui tutti gli individui siano mossi dallo stesso implulso di razionalità che li vorrebbe tutti protesi a realizzare la massima soddisfazione ed una spinta insaziabile verso il possesso, ritenendo l’interesse e la concorrenza le uniche forze e spiegazioni della loro vita. Molto più pacata e realizzabile sembra invece l’idea di una società (comunità) in cui persistono invece aree dove il lavoro, lo studio, la vita non siano volte alla realizzazione di un profitto immediato, ma di un profitto più prezioso da riscuotere nel tempo e nemmeno certo nella sua entità. Nessun luogo, oggi, come la scuola esprime al meglio questa separazione tra ciò che è e ciò che deve essere. La scuola utopica è quella appiattita sulla preparazione di persone pronte all’utilizzo da parte del mitico mondo del lavoro che poi non sa cosa farsene di manichini tutti uguali che dovrebbero essere flessibili ma che non possono esserlo poiché la flessibilità di un gruppo sociale è data dalla differenza di conoscenze, attitudini, progetti e quello che viene fuori dalle aule è un monolite la cui superficie impenetrabile ed omogenea rivela l’ assenza totale di differenze, attitudini, talenti.

“La distruzione della memoria è stata condotta con taìe perfezione che tra poco tutti sembreremo decerebrati” scriveva Fortini quarant’anni fa.

Difficile oggi capire il valore della memoria ma basta chiedere ad un carcerato o a qualcuno degli internati in un campo di concentramento per capire come essa fosse la loro ultima ancora alla vita se non la vita stessa.

Molto più semplicemente basta immaginare di essere un carcerato od un interntato per apprezzare il valore di questa casa dove la vita, i nostri sentimenti, i nostri valori, le nostre gioie ed i dolori vivono e dove non sono toccati dal terrore e dalla minaccia della morte.

“Ma basterà rammentare come si siano ricevute, all’ inizio della vita , parole cbe ci hanno insegnato in quale direzione cercare i propri cornpagni. Allora in quello cbe scrivo o che altri scriverà, ci potrà essere, come la lima fine d’acciaio nascosta nella pagnotta dell’ergastolano, una parte metallica. Che possa appropriarsene solo chi I’abbia cbiesta e per questo meritata. Contrabbandata sotto specie in che tutti, anche i nernici, possano comunicare: ma solo a lui e a quelli come lui destinata.”

La memoria è ciò che mi fa dire che il motto liberale: “la mia libertà finisce là dove comincia la libertà di un altro” deve essere sostituito da “la mia libertà comincia esattamente dove comincia la libertà di un altro”.

Quando cominceremo a capire che la memoria è un luogo dove abitare, una strada da percorrere insieme anche se poi dovremo dividerci perché qualcuno andrà più lontano o, meglio, si fermerà per costruire la sua casa, la nostra casa, perché riempita delle speranze condivise, il settarismo (nato dalla cecità e nutrito dal pensiero afono che non ha bisogno dello sforzo dell’ascolto) saremo finalmente capaci di creare nuovi istituti, fantasie e modi di esistenza capaci di creare un mondo nuovo. Intelligenze, interessi,, fantasie, conoscenza del mondo pronto a trasformarsi in azione.

“Il settario colpisce più il vicino che il lontano” (da qualche parte nel trascinarsi tra pagine)

Ma:

“Ci vuole di tutto per fare un mondo”.

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