La Macchina dell’Eco

Angoli piegati di pagine di una vecchia antologia di terza media. Pagine sbiadite dal tempo, a volte macchiate da gocce di sudore, innocente tributo da adolescente pagato al Moloch di estati troppo calde dove il refrigerio dell’ ombra era solo per il piano della mia scrivania. L’ ombra di un corpo piegato ma che costruiva la sua futura liberta’ mettendo insieme i piu’ disparati sentieri, strade innumerevoli con la certezza ingenua e solida che una meta ci sarebbe stata, anche se solo in un incontro casuale senza sapere di essere giunti e continuando a cercare. Poter dire: “Ci sono stato, anche se non ricordo. Ci sono passato e ci passero’ ancora e forse non da solo”.

In quell’ antologia c’e’ una pagina segnata da una freccia, parole sottolineate con una nota a fondo pagina: “Da non dimenticare:”

È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.”

Quante volte ho riportato queste parole su quaderni, frontespizi di manuali, diari scolastici ed agende personali. Era il motto della mia vita, di quella che volevo fosse la mia vita ed oggi mi ritrovo a leggere le parole nuove scritte dalla stessa mano che copiava e ricopiava quel “cielo” scoprendo che e’ proprio il “cielo” che rinnego.

Sono cambiato cosi’ tanto?

Forse, come spesso capita, sono cambiate le cose intorno a me e proprio io, insieme a tanti altri, ho contribuito a cambiarle dimenticando che ero parte integrante del cambiamento. Errore probabilmente triviale e comune a tanti, illudersi di poter cambiare il mondo isolandosi da esso, Allora forse e’ giusto che quel “cielo” perda il suo valore riacquistandolo perche’ ci ha cambiati ed e’ cambiato anch’ esso.

Nelle pagine dove la piccola officina lavora qualcuno mi ha detto che “quei semi” hanno trovato terre fertili ma siamo stati cosi’ stupidi da dimenticare che bisognava riconoscerli come risultato di quel lavorio sotterraneo e palese allo stesso tempo. Abbiamo preferito rifugiarci nell’ ultima “opera” quella incompiuta di cui si puo’ sognare tranquillamente essere la migliore, quella perfetta proprio perche’ non finita.

Di certo e’ la percezione del tempo che e’ cambiata e anche qui la contraddizione mi sovrasta. Analisi su analisi basate sull’ accelerazione del tempo che, cosi’ dicono ed a volte dico anch’io, ci ha impedito di cogliere i frutti di pratiche e pensieri che avevano bisogno di maturare. Cosi’, ritornano alla mente le parole di Giorgio Cesarano (grazie “Ludd” per aver riportato alla memoria pagine dimenticate):

“Vedremo vivi la vittoria della vita: la partita ha i tempi segnati. Non si tratta più di lottare per un futuro che non ci appartiene, ma, al contrario, di battersi sul posto per qualcosa che sta accadendo così dentro come fuori di noi, la cui fine e il cui principio sono e saranno compiti nelle vite nostre e dei nostri figli. […] Quando ciascuno avrà finito di capire che non c’è più nient’altro da capire se non che così si muore. È di questo che gli ultimi potenti hanno il giusto terrore. È per questo che sognano la sopravvivenza della politica.”

Ancora una volta da un poeta arrivano le parole per e della rivoluzione ed ancora una volta noi, la societa’ (civile?) dimentichiamo che i poeti hanno bisogno di essere difesi da se stessi. La costruzione di una macchina capace di produrre un’ eco infinita delle parole dei poeti potrebbe essere l’ unico progetto rivoluzionario cui dedicare la propria vita.

Stolto e stolido chi pensa che occuparsi di parole sia superfluo ed anche sciocco. La realta’ e’ fatta di parole, le parole ci ingannano e ci deviano su strade appositamente costruite per ladri di pensieri, speranze, sogni e piu’ semplicemente di vita. I fatti sono muti. Resi concreti dalle parole diventano poi la realta’, quella stessa realta’ che le parole vorrebbero rendere impossibile e scacciare via dallo sguardo e dal nostro futuro.

Forse in fondo non sono cambiato, in fondo avevo dimenticato che il “cielo” era gia’ nostro e che nella terra bisogna piantare i piedi ben saldi cosi’ da poter trattenere il sogno che continuano a volerci strappare.

 
PS. Grazie a chi senza saperlo regge il telaio di questa trama insicura ed incosciente.
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2 comments on “La Macchina dell’Eco
  1. Ste scrive:

    Bella. Non la conoscevo.
    p.s. che la consolazione dell’ignoranza sia il privilegio di poter ancora scoprire?