Sala Macchine (Archivio Transiberiano) 1

 

Raccolta Post su Transiberiani.

Il Sogno della Macchina Divoratrice.

Io sono una macchina condannata a divorare libri per vomitarli in una nuova forma, come concime sulla terra della storia“. (Marx, lettera alla figlia Laura).

Provate ad essere adoloscenti e ad avere come punto di riferimento quest’ affermazione. Provate ad essere quel tanto non superficiali da riuscire a sentire lo stridere del ferro, degli ingranaggi, delle catene, lo sbuffare delle caldaie, lo scorrere del sangue, lo sguardo capace di inglobare e dare un ordine logico e coerente alla storia passata per disegnare una traccia di futuro possibile e liberatore. La forza che si celava dietro le pagine di quella che sembrava una teoria risolutrice, autosufficiente, che in quella breve frase rivelava il suo debito a “tutti” quelli che avevano tentato di spiegare il mondo.

Immaginavo Marx come una candela nella notte. Che non era più la notte hegeliana, ma pur sempre buia. Che aveva bisogno di altre candele perchè si delineassero i contorni degli ostacoli da superare, perchè il presente e’ la notte del mondo e l’alba non arriva mai. La luce della candela e’ flebile e si diffonde e passa solo per contatto…

Il sogno di una cosa“…

Fare del presente una realtà immutabile finalmente libera e compiuta grazie alla scomparsa delle ideologie e ad un imprecisato mucchio di mattoni e’ stata l’operazione, tentata, ma non riuscita compiutamente – altrimenti non sarei qui a vagheggiare di “macchine”, “cose” e, sempre presenti, “Spettri” -, dal “Capitale” che ha bisogno di farsi credere fuori dalla Storia, di essere stato sempre lì, solo in forme diverse.

Non ci sono alternative, ci possono essere solo variazioni. Le soluzioni sono possibili, si tratta di trovarle. Nulla e’ più irrazionale di questa pretesa di essere la solo forma razionale di società.

La capacità di essere “umani”  non e’ razionale per il “capitale”. Che pretende di essere un magnifico formicaio in cui ognuno può contribuire ed avere scopo purchè non si domandi perchè ed accetti il suo ruolo. Le crisi sono come un bicchiere d’acqua gettato all’improvviso su una colonna in doppia fila (input-output) di formiche, instancabili, impossibili da fermare (perchè fermarsi non ha senso, non e’ previsto nel loro codice genetico). L’ ordine si trasforma in caos, sembrano impazzite, poi, dopo un po’, senza contare i caduti, anzi ignorando persino che sia avvenuto, riprendono incessanti a muoversi in due direzioni (input-output). Non hanno bisogno di avere un senso. la mancanza, totale, assoluta di senso e’ ciò che le muove. Il senso e’ l’insieme, trascende le individualità.

Il linguaggio di Marx e’ stato distrutto o reso innocuo. Alcuni termini sono diventati termini “scientifici” privati di significati ambigui, ma, Marx che pure si definiva uno scienziato non ha avuto timori nello scrivere: “con lettere di sangue e fuoco” per descrivere l’origine del capitalismo.

“Con lettere di sangue e fuoco”…

Pensare di combattere questo presente senza dichiararlo passato, giorno che precedeva la notte in cui pretende di relegarci e’ come costruire una scala di gradini d’acqua per risalire dal fondo dell’oceano.

“Il sogno di una cosa”…

Sembra più consono, allo scopo di abbandonare questa profondità oscura, cominciare a scrivere parole che siano “di sangue e fuoco”. Ma per il “capitale”.

Perchè ci siano “fatti concreti” e’ necessario immaginarli prima in forma di parole. Senza parole nuove (perchè quelle “antiche” sono nuove oggi e gli zeloti dell’eterno presente che fanno spallucce e si limitano a dire “ancora?” non contano) non ci saranno fatti nuovi.

 

“Quando la speranza cede il posto allo sconforto, la speranza giace nell’ombra di un miraggio.”

 

Gattopardi

Pago un tributo a Sundance con questo estratto da uno scritto di Adriano Olivetti. Nessuno forse piu’ di lui rappresenta il nostro: “..per innocenza ed esperienza”.

Inadeguato no, non riesco ad applicarlo.

Noi possiamo accettare l’ambiguita’ con cui giochiamo con il termine ma Adriano Olivetti non era inadeguato. Lo era forse il mondo esterno, specialmente quello della politica ufficiale, istituzionale, persino e soprattutto forse quella del PCI, troppo chiuso nelle sue categorie e nel difficile equilibrio tra il mondo occidentale e le cariatidi di Mosca.
Il passo che segue e’ un estratto dal suo: “Fini e Fine della Politica” apparso per la prima volta nel 1949 e poi ripubblicato (sempre per le Edizioni di Comunita’ nel 1952 con il titolo “Democrazia senza Partiti”. Io preferisco il primo titolo perche’ “aperto” ma poco conta.

Due ultime cose prima di lasciare la parola ad un altro poeta/fabbro della teoria sociale.
La prima e’ che potrebbe essere usato cosi’ com’e’ per parlare della situazione odierna il che mi turba non poco. La seconda e’ il ricordo del concetto di “Cittadinanza di fabbrica” usato da non ricordo chi nel descrivere la rete di welfare (sanitario, di assistenza e supporto ai figli dei dipendenti) organizzata degli stabilimenti Olivetti sin prima della II Guerra Mondiale. Chissa’, se parlassimo di Reddito di Cittadinaza di Fabbrica il dibattito cambierebbe.
Ma queste sono divagazioni consentite solo a chi non pretende di portare niente di “nuovo” se non un museo ambulante a due ruote dei “produttori che furono” (classe operaia e forza lavoro sono consentite solo a Landini).

Signori, Adriano Olivetti:

“All’alba di un mondo che speravamo nuovo, in un tempo difficile e duro, molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite perché i nostri legislatorihanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza o di coraggio. L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni.Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti. Nel primo dopoguerra, aveva allora 18 anni, PieroGobetti così descriveva la stessa gravissima situazione: «Gli schemi in cui si svolge la vita politica nostra (i partiti) non consentono agli uomini sufficiente vitalità. Gli uomini cercano, nella vita pratica, realtà ideali concrete che comprendano i loro bisogni e leloro esigenze. Oggi i partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre. […] Nella vita attuale dei partiti di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gliuomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini. […] Le idee, insomma, in cui le forze si inquadrano, i partiti, sono rimasti addietro di un secolo. E gli uomini ci stanno a disagio. La storia va innanzi: gli uomini con essa. Gli schemi non possono restare gli stessi. Se non si liquidano, se rimangono, vanno soggeti nella pratica realtà alla deformazioneche su di essi operano i singoli, favoriscono la disorganizzazione, la confusione, essi che per organizzare e sistemare erano sorti».Non faremo qui una storia critica dei partiti politici sino all’attuale loro predominio, assicuratogli dall’estensione, senza correttivi, della rappresentanza proporzionale. Essa riuscì a rompere ogni effettivo legame tra il cittadino, i gruppi economici e culturali e il Parlamento, tra la società, in una parola, e lo Stato. Siamo all’apogeo, dunque, della forza dei grandi partiti organizzati, così il regime politico attuale prende il nome, non a torto, di partitocrazia, retto da un occulto e complesso ingranaggio di interessi e di personalismi. E l’apogeo è l’inizio della decadenza”

 

La Frusta di Kafka

 

Abbiamo in qualche maniera gia’ affrontato questo discorso in cui “lavoro” e “debito” si scambiano di ruolo come “chiave” della struttura sociale. Questo articolo, apparso su Alfabeta2 a proposito del “debito”, è esemplare per sintesi, chiarezza e lucidita’ di esposizione.

Il titolo si riferisce ad una nota di Kafka dai “Quaderni in Ottavo” che non ha mai cessato di abitare fastidiosamente nella mia testa per troppo tempo:

“L’ animale strappa la frusta di mano al padrone per frustarsi da solo e diventare padrone lui. Ma non sa che questa e’ solo una nuova correggia nella frusta padronale”.

“Ogni Dipendenza e’ un Debito” di Marco Dotti.

 1. Capitava, nell’antica Roma, che un debitore venisse consegnato al proprio creditore in base a un provvedimento del magistrato. Pronunciata la formula di rito – «quod tu mihi iudicatus (sive damnatus) es sestertium decem milia, quandoc non solvisti, ob eam rem ego tibi sestertium decem milium iudicati manum inicio», Gaius, Inst. 4-21 – il debitore poteva soltanto sperare nelle parole di un garante (vindex), se ne aveva uno, sconfitto il quale il magistrato confermava la dichiarazione del debitore sancendo l’addictio. Nella terza delle Dodici tavole – la più antica codificazione romana che, se stiamo a Livio, risalirebbe al 451 e al 450 a.C – si prevedeva infatti che in «caso di riconoscimento in giudizio del debito o di condanna pronunziata, vi saranno trenta giorni fissati dalla legge». Scaduto il termine, condotto davanti al pretore, la legge disponeva che: «se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi»1. L’addictus – così, nel diritto arcaico, veniva chiamato colui che subiva la procedura esecutiva dell’addictio – cadeva nella totale e materiale disponibilità dell’altro. Pur senza uscire dallo status che gli conferiva cittadinanza romana e libertà, l’addictus entrava in una condizione di schiavitù de facto che lo assoggettava a una doppia dipendenza: dalle catene e dal debito. Il creditore poteva trascinare con sé il debitore, legarlo per sessanta giorni e presentarlo alla vendita in tre mercati successivi, purché compresi nel limite di quei sessanta giorni. Un terza dipendenza, oltre a quelle delle catene e del debito, faceva così la sua comparsa: la dipendenza dalla sorte. Sarebbe stato comprato? Sarebbe stato venduto? Sarebbe stato messo a morte o smembrato? Il destino del debitore era inesorabilmente legato al lancio di una moneta o di un dado. Nessuna dialettica, qui, tra servo e padrone, nessun rovesciamento di campo appare possibile, c’è solo la sorte, nuda come la vita dell’addictus. Qualora non si fossero trovati acquirenti, infatti, il creditore poteva provare a vendere trans Tiberim il debitore. Oppure lo poteva uccidere seduta stante e, qualora intervenissero altri a vantar crediti nei suoi confronti, dividerne il corpo in parti eque.

  1.  A questo fondo oscuro, di totale e aberrante assoggettamento, ma anche di inevitabile devozione, sembra in qualche modo collegarsi una parola inglese, concettualmente più mobile – come rileva Michele Mari in apertura del fascicolo di Granta – rispetto all’italiano «dipendenza» e all’omologo inglese dependence, ma che nel suo etimo richiama proprio l’istituto del diritto romano arcaico: addiction. C’è un’addiction per tutto, un’addiction come estensione di una economia dell’io definita proprio dal suo essere socialmente e costantemente in debito2. E c’è pure, inevitabile, una debt addiction individuale e collettiva (per un singolare paradosso, sono i liberisti americani i più lesti a tacciare le istituzioni e governi di questa debt addiction), tendenza all’indebitamento eccessivo che conferma la globalità del processo di asservimento al debito. Mentre la definizione classica di dipendenza ruota attorno a una sostanza, al suo uso ripetuto e rituale e al malessere provocato dalla mancata assunzione, l’addiction sembra più concernere la devozione verso la dipendenza stessa, dipendenza da una sostanza o da una pratica. Una spia di quest’ultimo processo la potremmo rilevare nella progressiva scomparsa della distinzione tra abuso e addiction, distinzione sostituita dal plesso disorder-intoxication-withdrawal. Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), manuale dell’American Psichiatric Association, Bibbia di cacciatori di diagnosi e terapeuti globali, pone un discrimine simile. Discrimine poco chiaro, in verità, fra dependence e addiction, ribadendo che «dependence has been easily confused with the term addiction». Ma poi, è lo stesso DSM-V ad abbandonare addiction preferendo ad esso «substance-related and addictive disorder» e per il gioco d’azzardo opta per l’espressione secca «gambling disorder»3.
  2.  Scrive Mari che «il dipendente è solo uno schiavo, ma l’addicted conserva il suo libero arbitrio nel “dedicarsi” a qualcosa. Il termine addiction tempera il concetto di dipendenza con le idee della cura amorevole, della vocazione e della competenza tecnica (oltre che, laicamente, con l’idea di abitudine: l’addicted come habitué)»4 . C’è qualcosa di religioso, nell’addiction. Quasi fosse la devozione a un idolo da cui si pende e dipende: usuram pendere o culpam pendere significava pagare gli interessi di un debito o espiare un crimine, talvolta con la vita. Dipendere, dal latino dependere, composto a sua volta da de e pendére (penso, peso), da cui il participio passato pensum. Da qui anche calcolare, pensare. In fondo, ogni vera dipendenza è un processo di «pensiero», ovvero di dipendenza dalla dipendenza stessa. Il «lavoratore dipendente» ha un potere da cui dipendere, ma a sua volta il «libero professionista» è addicted da processi di potere ampiamente interiorizzati. Entrambi non dipendono più, in senso classico, unicamente dal lavoro, ma sono addicted del circuito finanziario che ha inglobato il tempo del consumo nella valorizzazione del capitale.
  3.  L’homo globalis vede straordinariamente intensificate le ore delle propria giornata e, oscillando tra prestazione e abbandono, tra ricerca di droghe letargiche che compensino i surrogati di un’efficienza che gira oramai a vuoto insegue il privilegio di volersi (e credersi) dipendente da una sostanza. Da sempre la «drogenkultur» rivendica questo privilegio come libertà. Lo fa non per far venir meno la fondamentale ipocrisia del sistema, ma per confermare la propria. Come Zeno Cosini a cui preme – scrive Mari – «vedersi e rappresentarsi come colui che è sul punto di smettere: in questo suo essere sul punto di il dipendente fa paradossalmente coincidere la dipendenza e il suo superamento». L’homo globalis ha dinanzi a sé orizzonti estesi, ma questo solo in ottica retorica. Praticamente, egli è ripiegato sul proprio micromondo. La figura idealtipica di questo homo globalis non è più il Lavoratore, ma il «giocatore»: l’uomo che di globale ha solo la tendenza (e la dipendenza) ad alimentare un sistema che gli impone sacrifici di spazio e di tempo, chiedendogli in cambio solamente di allineare limoni, cedri o melanzane a una slot machine. Come l’antico addictus egli è cittadino e libero, ma proprio come l’addictus è uno schiavo di fatto, avvinto dalle catene (addicted by) della sorte e del debito.

Spezzarle è impossibile, perché non hanno consistenza materiale. Converrebbe fuggire, ma dove? Edgar Allan Poe, in conclusione del suo ”Imp of the Perverse”, mostra chiaramente lo spaesamento a cui andrebbe incontro chi davvero ottenesse questa libertà: «To-day I wear these chains, and am here! To-morrow I shall be fetterless! — but where?» («Oggi sono in catene e sono qui! Domani sarò senza ceppi… ma dove?»).”

 

Nella disponibilita’ del popolo pisano

Come e’ logico ed inevitabile che sia se la politica italiana e’ un deserto (altro che palude) possiamo solo cercare delle oasi. Soste di speranza che ci ricordano l’ esistenza di una terra dove andare. Da tempo seguo le attivita’ sparse e frammentarie dei movimenti che in qualche modo o piu’ direttamente si legano alla logica dei “commons” o “beni comuni”. Non e’ questo il luogo ma sottolineo brevemente come il primo passo del “Capitale” sia stata la creazione di “Enclosures” (per chi avesse voglia ricercare sotto la voce “accumulazione originaria”, quella delle lettere di sangue e fuoco”. A Pisa il “Municipio dei Beni Comuni” e’ una di queste oasi. Riporto l’articolo sul loro ultimo tentativo di sottrarre spazio al deserto ed il link al loro documento “Riconversoni Urbane” da leggere e rileggere attentamente con un occhio al “Job Act” ed alla logica della riconversione delle aree demaniali. C’e’ chi pensa ed agisce oltre. Dedichiamogli un po’ di attenzione.

Municipio dei Beni Comuni: “Riapriamo l’ ex Distretto di Leva Curtatone e Montanara”

Si chiama “Distretto 42″, il nuovo Spazio Sociale aperto a tutta la cittadinanza.

Questa mattina Pisa si è risvegliata con uno spazio liberato in più. Le attiviste e gli attivisti del Municipio dei Beni Comuni hanno infatti riaperto gli spazi dell’ex distretto di leva Curtatone e Montanara , uno dei luoghi che meglio di altri rappresentano le troppe contraddizioni di una politica urbanistica che esclude i cittadini, ammettendo invece opache logiche di speculazione e profitto.

“Alzi la mano – spiegano dal Municipio dei Beni Comuni – chi sapeva dell’esistenza di un parco di quasi ottomila metri nel bel mezzo della città, nel cuore del quartiere S. Martino. Uno spazio a verde recluso addirittura alla vista dei cittadini pisani, fino a ieri luogo di degrado e ventennale abbandono, da questa mattina spazio di socialità e cultura alla cui costruzione tutti sono chiamati a partecipare”.

La storia del distretto è la stessa di molti altri luoghi in città. Compreso in un faraonico progetto ormai defunto per le violente sferzate della crisi generale, lo spazio di via Giordano Bruno si candida a diventare un simbolo cittadino e nazionale insieme, inserendosi a pieno titolo in un percorso che sta interessando da vicino numerose realtà italiane. “Il recente tira e molla tra Demanio e Amministrazioni locali – spiegano dal Municipio – e le dinamiche che hanno caratterizzate le progettualità che pesano su aree simili, sono il segno ulteriore di una politica che ha dimenticato, se non addirittura rimosso, la partecipazione come strumento id democrazia. Noi abbiamo le idee chiare su quale debba essere il destino del distretto militare: uso sociale e progettualità condivisa all’insegna di una riqualificazione degli spazi degradati che sia prima di tutto un presidio di democrazia”.

“La vicenda della Caserma Curtatone e Montanara è stata ampiamente ricostruita nel dossier “Riconversioni Urbane”, un lavoro collettivo che ha visto la partecipazione di urbanisti, giuristi, giornalisti e di quella ampia fetta di associazionismo sensibile al dibattito esistente sulla riqualificazione quale argine politico efficace contro le tentazioni speculative. Un lavoro rivolto e dedicato alla città di Pisa, attraverso il quale vorremmo lanciare un messaggio che riguarda prima di tutto il metodo della nostra azione: studiare, indagare, ricostruire e raccontare”.

“Sin da ora – ricordano dal Municipio dei Beni Comuni – invitiamo la cittadinanza a partecipare alla presentazione del dossier che si terrà domenica 16 febbraio presso lo spazio ribattezzato “Distretto 42”, alla quale saranno presente gli autori dei contributi che lo compongono. Un primo passo verso uno studio collettivo che porti consapevolezza sulle potenzialità inespresse di simili luoghi”.

Sin dalle prime ore della riapertura di questo spazio, dal Municipio dei Beni Comuni sono partiti inviti e dichiarazioni di intenti per i prossimi giorni: “Viviamo una fase concitata per molti degli spazi di socialità italiani, segno che sono la risposta giusta a una crisi ordita da pochi a danno di molti. Per tale ragione invitiamo da subito l’amministrazione comunale a prendere una posizione netta sulla nostra esperienza, visto che – con buona probabilità – sarà presto uno degli attori in campo per la scelta di quale funzione affidare al Distretto 42″. Per questo riteniamo fondamentale il ruolo della cittadinanza nella riqualificazione di questo luogo e convochiamo per oggi pomeriggio alle ore 17 un’assemblea cittadina dove avviare un percorso partecipato per una riconversione ad uso sociale.

“È nostra intenzione – chiudono dal Municipio – incontrare da subito il quartiere. L’emersione di un simile spazio spalanca possibilità di confronto all’interno di S. Martino, crocevia strategico di innumerevoli istanze cittadine. La nostra storia è una storia di apertura e di condivisione. Questo ulteriore passaggio rappresenterà per noi l’apice di una simile attitudine”.

Municipio dei Beni Comuni

Link al documento “Riconversioni Urbane

La Tragedia dei beni Comuni o del “Dilemma del Prigioniero”

Sono sicuro di aver gia’ scritto di essere diventato marxista ( e comunista politicamente) perché affascinato dal fatto che il marxismo sembrava essere una teoria scientifica e non semplicemente una teoria sociale dalla parte dei diseredati dalla (e della) terra. Risparmio le sofferenze già descritte quando questa sicurezza di essere dalla parte della “Storia” è venuta meno. L’imprinting infantile a colpi di Chopin (madre) e disegni di mpianti che diventavano poi macchine assordanti, tra sbuffi di vapore e rumore di ingranaggi (padre) mi ha segnato nell’immaginario e nel metodo.

Quando ho cominciato a leggere di “beni comuni” confesso di non aver preso sul serio quella corrente di attività pratiche e teoriche per pregiudizio intellettuale (sarà una nuova sorta di comunismo primitivo) poi mi sono imbattuto in Elinor Ostrom ed ho scoperto che dietro quelle formulazioni teoriche c’erano anni di ricerche sul campo suffragate da dati ed analisi di società diverse. Ho cominciato quindi ad interessarmene nel solo modo a me conosciuto: quello del secondo imprinting della mia vita: il Marx che vi ho descritto in un mio post precedente.

Penso quindi di cominciare ad introdurre nel solo modo che conosco questo pensiero che corrisponde a pratiche politiche (“di gestione della vita sociale di relazione”, a voler essere pedanti e ad evitare che qualcuno pensi alla formazione di un nuovo partito politico) che possono per davvero cambiare il nostro destino e quello delle future generazioni.
Anche se non fosse così, questo approccio permette perlomeno di possedere un pensiero critico e di non accettare ciò che avviene perché “è sempre stato cosi’”.

Alla dannazione dell’ “eterno presente” (non mi stancherò mai di ripeterlo) oppongo le parole di Pasolini: “la scandalosa forza rivoluzionaria del passato” e di mio ci metto “la passione del distacco” (anche se presa a prestito).

Per introdurre l’analisi del concetto di “beni comuni” è necessario (e mi limiterò solo a questo per il momento, aspettando le reazioni a questo post) prima di tutto analizzare quella che viene conosciuta sotto il nome di

“Tragedia dei Beni Comuni”.

Prima della pubblicazione del testo omonimo di Hardin che rappresenta il punto chiave (sia a favore che contro) dell’approccio ai “beni comuni” ci sono stati altri testi fondamentali. Riporto un passo dall’opera di Gordon (che precede di ben 14 anni il lavoro di Hardin) che rappresenta fedelmente il pensiero “pratico” rispetto a beni usufruibili da tutti senza limitazioni (limitazioni che in nome del corretto uso della risorsa sono rappresentate dalla proprietà’ privata o dall’intervento dello Stato):

La ricchezza che è libera per tutti non è apprezzata da nessuno, perché chi è abbastanza sciocco da aspettare il suo giusto momento per utilizzarla, troverà solo che è stata già sfruttata da un altro.

L’assunto di Hardin è facilmente rappresentabile con gli strumenti analitici forniti dalla Teoria dei giochi, che analizza i comportamenti strategici di individui (i “giocatori”), che devono effettuare delle scelte, ovvero studiare le situazioni in cui diversi giocatori interagiscono perseguendo obiettivi comuni, diversi o conflittuali (la teoria dei giochi è ampiamente usata in Microeconomia).

L’assunto di Hardin è facilmente rappresentabile con gli strumenti analitici forniti dalla Teoria dei giochi, che analizza i comportamenti strategici di individui (i “giocatori”), che devono effettuare delle scelte, ovvero studiare le situazioni in cui diversi giocatori interagiscono perseguendo obiettivi comuni, diversi o conflittuali. (Ampiamente usata in Microeconomia).

Il modello del pascolo di Hardin può essere illustrato attraverso il dilemma del prigioniero, un gioco “non-cooperativo”, ossia in cui non è possibile, da parte dei giocatori, accordarsi preventivamente per adottare la strategia più vantaggiosa per entrambi.

Il dilemma del prigioniero ha interesse come esempio di gioco in cui strategie individualmente razionali conducono a risultati collettivamente irrazionali. L’esempio usato da Hardin e’ quello di un pascolo con accesso libero dove la strategia dominante sarà quella di far pascolare un numero crescente di animali (allo scopo di massimizzare il risultato individuale), strategia che a lungo andare si rivelerà sconveniente per tutti i pastori, perché il pascolo alla fine sarà distrutto.

In ciò sta la tragedia.

Ogni uomo è rinchiuso in un sistema che lo costringe ad aumentare senza limiti il proprio gregge – in un mondo che è limitato. La rovina è il destino verso cui si precipitano tutti gli uomini, ciascuno perseguendo il suo massimo interesse in una società che crede nel lasciare i beni comuni alla libera iniziativa. La libera iniziativa nella gestione di un bene comune porta rovina per tutti.

Quale soluzione viene tradizionalmente fornita a questo tragico dilemma? Quello che è stato magistralmente descritto da Marx a proposito dell’ “accumulazione primitiva”. Le “enclosures”, le recinzioni o se volete la proprietà privata con l’intervento dello Stato per quei beni comuni come aria e acque circostanti per i quali sarebbe impossibile una recinzione fisica.

Qui interviene la ricerca della Ostrom che ha confutato con ricerche sul campo l’inevitabilità di quelle soluzioni. Vale la pena sottolineare che le sue confutazioni ottennero il premio Nobel per l’Economia e che la Ostrom non è una economista ma una studiosa di scienza della Politica (al di fuori del “pensiero unico”, se volete).

Mi fermo qui. Di seguito i riferimenti accennati sopra:

Hardin G., The Tragedy of the Commons, in Science, vol. 162, n. 3859, dicembre 1968, trad. it. di L. Coccoli, in:
http://archiviomarini.sp.unipi.it/511/

Gordon H. S., The economic theory of a common property resousce: the fishery, in:
“The Journal of Political Economy”, vol. 62, n. 2, aprile 1954.

Il link di seguito permette di “giocare” al “Dilemma del Prigioniero”. Si trova in EconPort che è un esempio di “bene comune della conoscenza” di cui potremo parlare in seguito:
http://economicsnetwork.ac.uk/archive/poulter/pd.htm

Nota Sparigliata: sento il bisogno di esplicitare la mia fedeltà all’ ”ermeneutica Decurtisiana” nell’esporre un argomento sintetizzabile nel precetto: “Voglio vedere questo cretino dove vuole arrivare”.

Il Cielo Oltre la Siepe

(pago subito il mio debito verso Gius e il suo commento a proposito delle “Chiudende”)

Tancas serradas a muru,
Fattas a s’afferra afferra, Si su chelu fit in terra, che l’aian serradu puru

Tanche chiuse con muro
fatte all’arraffa arraffa; se il cielo fosse in terra non esitereste a chiuderlo

Tra “Jenny” (giannetta qui da noi), la spoletta volante (che non aveva niente in comune con l’Olandese), mulini e macchine a vapore, tutto era pronto per la “Rivoluzione”. Mancavano solo le braccia e certamente nessuno era in fila all’Ufficio di collocamento. L’ispirazione geniale fu quella di costruire dei recinti (Le “Enclosures”, le “Chiudende”). Allo stesso modo degli schiavi trapiantati dall’Africa alle colonie americane era necessario avere disponibile il “lavoro” come unica forma di sopravvivenza. Le pagine di Marx sono geniali nel descrivere l’“accumulazione originaria” o se volete l’origine perenne dell’accumulazione:

Nell’economia politica quest’accumulazione originaria fa all’incirca la stessa  parte del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e  con ciò il peccato colpì il genere umano. Se ne spiega l’origine raccontandola  come un aneddoto del passato. C’era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite diligente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall’altra c’erano degli sciagurati oziosi che sperperavano  tutto il proprio e anche più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l’uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare.

Ho scritto “origine perenne” e non originaria perché la storia si ripete. Ogni volta che c’è bisogno di “Capitale” ecco, inesorabili, arrivare i recinti e il “lavoro” disponibile”.

Mentre da ogni dove si proclamava la venuta del “nuovo ordine mondiale”, “la glasnost”, “la fine delle ideologie” ed altri inni alla conquistata libertà e democrazia il collettivo statunitense Midnight Notes andava oltre le apparenze e scriveva:

Oggi, ancora una volta, le recinzioni sono il denominatore comune dell’esperienza proletaria a livello globale. Nella più grande diaspora del secolo, in ogni continente milioni di donne e uomini vengono sradicati dalle loro  terre, dai loro lavori, dalle loro case da guerre, carestie, epidemie e svalutazioni disposte dal Fondo Monetario Internazionale (i quattro cavalieri dell’Apocalisse  moderna) e vengono dispersi ai quattro angoli del pianeta. […] Le Nuove Recinzioni  sono il nome della riorganizzazione su larga scala dell’accumulazione avviata a  partire dalla metà degli anni Settanta. L’obiettivo fondamentale di questo processo è  consistito nello sradicare i lavoratori e le lavoratrici dal terreno su cui erano stati costruiti il loro potere e la loro organizzazione, in modo che, come gli schiavi africani trapiantati in America, essi fossero costretti a lavorare e lottare in un ambiente estraneo, dove le forme di resistenza possibili a casa non sono più disponibili.

Ancora una volta dunque, come all’alba del capitalismo, la fisionomia del proletariato mondiale è quella dell’indigente, del vagabondo, del criminale, del mendicante, del venditore ambulante, del rifugiato che lavora in uno sweatshop, del mercenario, del povero.

Ed infine, meglio ed in maniera più diffusa che al diffondersi della Rivoluzione Industriale si realizza il punto più importante:

Le Nuove Recinzioni fanno del lavoro mobile e migrante la forma dominante di lavoro. Siamo oggi la forza lavoro più mobile dall’avvento del capitalismo.

Il processo sembra inarrestabile, in nome del progresso e dell’estensione inevitabile del diritto di proprietà privato contro i diritti comuni, “ostacolo” al progresso ed al benessere delle popolazioni recintate o da recintare, si arriva ad estremi come il tentativo giapponese di aprire al mercato capitalistico del legname le grandi foreste pluviali indonesiane (ne parla A.L. Tsing un’antropologa di un’università californiana).

Persino la “rete” è soggetta ad attacchi continui per estendere i “recinti”. Cosa sono le “concessioni radio-televisive” se non recinti per creare artificialmente la scarsità (in termini di disponibilità) e l’inevitabile conseguenza di creare un valore a cui assegnare un prezzo. E, senza entrare troppo nel merito perché richiederebbe una discussione a parte, bisogna stare attenti all’illusione che la “rete” abbia creato un illusorio mondo dove i “commons” sono di nuovo alla base delle interazioni sociali. I grandi monopoli che posseggono la rete hanno risolto in maniera brillante il problema degli scarti e dell’innovazione a costo zero oltre ad avere “contenuti” gratis forniti dagli utenti mentre le loro piattaforme incassano miliardi.

E così ci troviamo di fronte questo presente che è costretto implacabilmente a ripetersi come il suo ieri e il ricorso alle metafore del continuo rinnovarsi (ed innovarsi) del “Capitale” ci donano l’illusione di vivere proiettati nel futuro.

Continuo a parlare dei “beni comuni” (non collettivi) ed è importante capire che ad essi dobbiamo rivolgerci non come qualcosa da “conservare” (come vorrebbero i signori del vapore “filantropi” ed illuminati che hanno interesse solo a “conservare” se stessi ed il loro mondo) ma qualcosa che deve essere prodotto e l’interesse sul passato dei “commons” ha senso per dimostrare che la loro “recinzione” fu il prodotto, a sua volta, di forze consapevoli e non l’inevitabile prodotto di un processo storico di sviluppo delle forze produttive.

Non hanno potuto recintare il cielo. Non possono rinchiudere, oltre la siepe, il sogno di una cosa.

Berlinguer non ha mai abitato qui

Non ho visto e probabilmente non vedrò mai la pellicola di Veltroni su Berlinguer. Sono giusto meravigliato che non abbia come sottotitolo “Ich Bin Ein Berlin(gu)er” elevando a categoria dello spirito le mitologie che sembrano orientarlo nel ricostruire la storia e la memoria. Dove la memoria (quella personale dove il peso di ciò che si dimentica è ben maggiore di quello che si ricorda) di sicuro sopravanza la “storia” come catalogo di fatti. La mia invece è una “memoria” completamente al singolare senza pretese di ricostruire niente.

“E’ un pomeriggio come tanti ed in una sezione di un certo peso un gruppo di adolescenti ramazza, tinteggia e organizza lo spazio che si apprestava ad accogliere la sede della FGCI. La sezione era una casa a due piani alquanto grande e strategicamente a pochi passi dalla “Chiesa Madre”. Gli “adulti” giocano a carte, a bigliardo o fumano seduti sulla terrazza e di tanto passano e lanciano occhiate verso quella massa di capelli lunghi e barbe simili a velli di agnelli con qualche vaga perplessità sull’odore acre delle “sigarette” che qualcuno provvede ad arrotolare con molte incertezze ed eccessi di saliva che le rendono inferiori persino alle “Sax” (il fondo del barile della produzione dei “Monopoli di Stato”). Ci sono dei mormorii alla espulsione senza cerimonie delle riproduzioni di Guttuso e delle Foto di Togliatti che occupavano le pareti. Qualcuno, superando le differenze (che non erano d’età o non solo) chiede: “Ma il Senatore è al corrente?”. Mezze risposte accennate ed intanto sulle pareti ormai rinfrescate cominciano ad apparire Marx, Engels, Gramsci, delle “affiches” di prop-art con riferimenti al popolo palestinese, una bandiera di Al Fatah e stampe di Man Ray e Duchamp. Qualcuno vorrebbe anche Mao ma il tentativo è breve e nemmeno tanto convinto. Ci si appropria di alcuni tavoli dalla sala dove si gioca a carte e alle rimostranze si oppone: “Siamo qui per fare politica, compagno, non credi?”. L’ ultimo passo è il controllo della sala del ciclostile. Breve controllo, funziona, si va in cartoleria a comprare le “matrici” e (parecchie) risme di carta.

“Dobbiamo decidere il titolo della testata del bollettino della FGCI”. Dopo non breve discussione decidiamo “Il Futuro della Città”. Tutti orgogliosi del richamo a Gramsci implicito e non diretto. Qualcuno intanto prepara una maschera per le bombolette di vernice ed ecco apparire alle spalle del tavolo delle riunioni: “Il Comunismo è la giovinezza del mondo”. C’è tanto da decidere per l’assemblea di Sabato. In molti continuano ad arrivare e a prendere le tessere che il compagno con funzione di Tesoriere ci ha consegnato a malincuore spiegandoci accuratamente l’ uso dei bollini e delle matrici da mandare poi in Federazione. Il malfidato ci ha fatto firmare per ricevuta il numero di bollini. Non male per qualcuno che lotta per una società dove con “con l’oro ci lastricheremo i cessi”.

Si torna a discutere del bollettino. Gli argomenti sono tanti. Il Colpo di Stato in Cile, la fine della dittatura (o quasi) in Portogallo, la dittatura franchista, la rivolta degli studenti in Grecia. “Del Vietnam ne parliamo?”. “Si, collegalo all’imperialismo americano, al Cile, alla Grecia, alla Palestina ma mi raccomando distingui Israele dalla questione ebraica”. “A proposito e della Questione Meridionale ne parliamo?” “Si, fai riferimento a Salvemini e Gramsci e poi passa alla questione dei braccianti” “E dei ceti medi e del rapporto con i cattolici?” “Ti riferisci al Compromesso Storico?”

“Dobbiamo parlarne?” “Si, accenna, poi ricordati dell’articolo di Ingrao sul Contemporaneo e dai spazio alla sua analisi”. “Ah, ragazzi, non dimenticate, domani sera all’Arci c’è Giovanna Marini e Domenica la Festa della Tamorra con “Proposta Popolare”. “Che palle, al “Mediterraneo” c’è la PFM ed al “Bracco” c’è Battiato”. “Ricordi a Luglio al Be-in ai Camaldoli, il Perigeo, Gli Osanna, Il Rovescio della Medaglia” “A me sono piaciuti Claudio Rocchi e Peter Hammil anche se era da solo” “Già, e che mi dici del Cervello e gli Oro?”. “A proposito, questa sera noi proviamo, venite?” “Sicuro, a che ora?”.

“Salve ragazzi, vedo che avete quasi finito, vi serve niente?”. Il “Senatore” che era lì da un po’ di tempo interruppe il fiume in piena come una diga sorta dal nulla. “No grazie o forse sì. Servirebbero degli scaffali per una biblioteca per gli iscritti. “C’è già nell’altra stanza”. “Abbiamo visto ma vorremmo portare altri libri”. “Davvero? E cosa?” “Poesie, Racconti e dei saggi. Qualcosa degli operaisti, dei filosofi francesi e fumetti. Linus, per esempio”.”Linus?” “E’ una rivista di “strisce” a fumetti.” “Vabbé, continuate e fatemi sapere se avete bisogno di qualcosa”. “Beh! Un Contributo per il circolo?”. “Chi è il tesoriere?”. “Non c’è ancora”. “Quando vi sarete organizzati vi aiuterò e ricordate: portate dei conti chiari e registrate tutto”.”….(dissolvenza incrociata sui Funerali di Berlinguer”).

Questo ricordo di poche ore continua e si ripete per altri dieci anni. Entusiasmi, delusioni, battaglie dure, soprattutto interne, migliaia di pagine di giornali, riviste, libri e documenti ufficiali. Milioni di parole, kilometri di manifestazioni, bandiere, striscioni. Centinaia di volti, alcuni vividi altri persi nello sfondo indifferenziato di assemblee, riunioni, comitati, direttivi, segreterie, consigli comunali, provinciali, congressi di partito e sindacato.

E Berlinguer dov’era? Dappertutto e da nessuna parte. Berlinguer era il “segretario del partito”, era “il partito”. Berlinguer era la terra sotto i piedi, il respiro involontario che ci tiene vivi, la forza di gravità, la tela dei pittori, l’aria degli uccelli. L’orizzonte.

L’unico “effetto” politico che ho visto e posso testimoniare di Berlinguer Segretario è stato il “comunicato politico n.1 (ed ultimo) di mio padre, socialista lombardiano irriducibile che prende la tessera del PCI e che difenderà Berlinguer in ogni discussione politica in cui, per caso o per aver origliato con attenzione alla porta della mia stanza, si trovasse ad avere parte. Per il resto i miei ricordi (dai direttivi di sezione ai congressi) sono fatti di Amendola, Ingrao, Chiaromonte, Macaluso, Bufalini. Già, perché era lì che il partito si divideva nella realtà e che il conflitto irrisolto tra “destra governista” e “sinistra rivoluzionaria ma con giudizio (alla Don Chisciotte rivolto a Sancho Panza)” produceva orribili compromessi in nome dell’ “unità del partito”.

L’irrisolvibile contraddizione che ti segnava nel profondo: un partito di “rivoluzionari democratici) di professione” che accettava senza battere ciglio l’idea che segretari del partito lo si è per sempre. Il segretario non si combatte perché è il partito. I segretari muoiono in carica (o si ammalano gravemente) ma non si buttano fuori. Era quello il limite invalicabile che nessuno osava o poteva oltrepassare. Altro che Colonne d’Ercole.

“Gramsci, Togliatti, Longo, Belinguer”. La sorte ha voluto che non ci sia mai stato un “Gramsci, Togliatti, Longo Berlinguer, Natta, Occhetto”. Se qualcuno in cortei sempre più ectoplasmatici lo abbia mai urlato o sussurrato resta un argomento da archeologi non da storici della politica, della politica, intendo, degna di diventare “Storia”. Certo, ci sono stati dei parricidi veloci nella storia del PCI. Bordiga? Un extra-parlamentare ante litteram, alla cui cancellazione hanno contribuito Gramsci e Togliatti, quest’ultimo con doti superiori autore di un’altra cancellazione, o meglio, piu’ abile sovrascrittura. Negli scritti di Togliatti, Gramsci è’ il “3”  che diventa “8”, non più “primo” ma incrementato e dotato di simmetria – grafica, da cui si poteva estrarre a piacimento l’assenso o la condanna delle politiche di ieri che poi sarebbero diventate quelle di domani per ridiventare di ieri a seconda delle circostanze e dell’astuzia (politica, per carità. Nessuno fa più danni di un asceta della politica).

Intanto le divisioni nel partito diventavano sempre più complesse fino ad azzardate distinzione tra “amendoliani di sinistra” ed “ingraiani di destra” dove l’oggetto del contendere era la differenza tra decisioni ineffabili come: “dobbiamo mandare la lista dei nostri per le assunzioni alla nuova fabbrica” (rigorosamente proporzionale al numero dei consiglieri eletti al Comune) o “chi abbiamo all’Ufficio di Collocamento?”. Perplessità avanzate (sul metodo non sul fine, siamo tutti per la piena occupazione senza distinzione di tessera o preghiera della sera) venivano rigettate con carichi da novanta come: “troppi libri, sei ancora un idealista” al che la risposta: “a dire il vero vengo dallo sciopero dei braccianti e degli stagionali contro il caporalato”. “Vedi, non distingui, qui si parla di operai!”. Non contento e tantomeno arrendevole la discussione continuava inerpicandosi tra la Luxemburg e Lenin, Stalin e Trotskij, Gramsci e Togliatti per poi abbattersi al suolo nell’inevitabile avvitamento finale: “Vuoi danneggiare il partito?”. “Certo che no!”. Il partito è Berlinguer, è morale anzi è di morale comunista, almeno tre spanne sopra le altre, in particolare di quella doppia ed al servizio dei potenti come quella cattolica.

Berlinguer, simile al dispositivo che impediva alle automobili giocattolo di cadere dal tavolo (che ci incantavano da bambini illudendoci che non saremmo mai caduti in abissi o fetide pozzanghere). Berlinguer, con i comizi che erano lunghi ragionamenti che non alleviavano il dolore ai polpacci perché eri in piedi da ore ma che lenivano lo smarrimento in cui a volte ti trovavi a vivere.

Il partito era lì e noi eravamo il partito.

Ma non eravamo Berlinguer. Ma Berlinguer era il partito.

Forse la magia, quella vera, quella dello “stupore” davanti al fuoco era proprio lì.  Identità nella differenza. Il voler essere tutti uguali ma “singolari” allo stesso tempo. Potevamo?  Di fatto lo fummo.

Poi venne il “siamo diversi”. No! Eravamo uguali ed avevamo progettato ed interiorizzato armi sofisticatissime per “nascondere” (e coltivare in segreto) la diversità. Come nelle riunioni di sezione e le discussioni senza remore sull’URSS, la mancanza di democrazia, gli orrori dello stalinismo che cessavano sulla soglia all’uscita della sezione e ti sdoppiavi pronto a difendere la superiorità e le meraviglie del “socialismo in un paese solo”. “Hai sentito Berlinguer sulla Nato?”.

Il Partito cambia posizione ma in realtà mostra all’esterno quello che era, per molti non per tutti, una convinzione.

Una danza dei veli del pensiero, un lasciar intravedere la bellezza di una delle verità possibili in attesa della nudità finale.

La danza è stata interrotta bruscamente. Quello che resta è l’insieme degli spettatori, alcuni affogati nella bava della lussuria del potere, incapace di capire l’innocenza della nudità’ che si preparava a rivelarsi, altri persi nell’attesa di quella rivelazione continuano a seguire sul palcoscenico che il ricordo allestisce per alleviare il dolore, i lenti e sapienti vortici di un corpo spezzato che non può, come le nostre speranze,  danzare più.