Sala Macchine (Archivio Transiberiano) 2

Artieri ed Operai

Artieri ed Operai, su voi, che deste mano a costituirvi in comunanza fraterna, onde sovvenire nella  sventura i nostri compagni di lavoro. Voi che concorreste in tanto numero a gettare le fondamenta del grande edifizio dell’Associazione di Mutuo Soccorso, sì che fu superata la nostra aspettazione, ascoltate la parola di conforto, che a voi dirigono i nostri fratelli.

(…)

La Società ha per iscopo la fratellanza ed il mutuo soccorso dei Soci fra loro: tende a promuovere l’istruzione, la moralità e il benessere, affinché tutti possano cooperare al bene pubblico. […] promuovere le svariate applicazioni della cooperazione fra le classi lavoratrici ed in generale tutte quelle istituzioni che si prefiggono di migliorare le sorti dei lavoratori; col proteggere e facilitare il lavoro; col diffondere l’educazione e  l’istruzione popolare e col cooperare allo svolgimento dei principi di solidarietà e di fratellanza tra tutti gli operai.

Parte finale ed art. 3 dell’ Atto Costitutivo della Societa’ Operaia di Mutuo Soccorso “Eugenio Niccolai” di Corridonia fondata nel 1863 ancora attiva ed in piena forma.

Artieri…mi domando,  quando una parola scompare, lo stesso avviene per il suo oggetto (nel mondo reale o delle idee poco importa)?

Artiere suona così strano, perlomeno alle mie orecchie. Vaghi timori che lo stesso avvenga (o sia già avvenuto) per operaio.

Parole che invece di crescere avvizziscono come piante abbandonate di cui nessuno si prende cura e che sono abbandonate ai capricci della sorte e della pioggia per sopravvivere.

Eppure ambedue parlano del “fare” che sembra dominare la cronaca e l’attività della politica “lì e domani” (il “qui e ora” è un residuo massimalista della peggiore tradizione – progressista? Non oso usare categorie sorpassate come “sinistra” o, l’orrore!, “socialista” e “comunista”) a leggere i giornali o a seguire  altri mezzi di informazione.

E finalmente appare la richiesta di feyer: superficie e superficiale. Ancora una volta mi trovo a parafrasare O. Wilde: “la profondità della politica è tutta in superficie, chi si tuffa oltre lo fa a suo rischio e pericolo”.

Ci sono centinaia di piccole realtà che dimostrano la possibilità di un “fare” reale e diverso che fa i conti con il nuovo senza cancellare la memoria del passato.

La memoria è un “bene comune” che va condiviso ma noi accettiamo con piacere le “nuove recinzioni” che il potere dominante traccia per noi ogni giorno.

Il mio silenzio è dovuto alla trivialità dell’informazione che ci vuole trasformati in piccoli ripetitori, echi flebili di pareri e commenti scritti e ripetuti centinaia di volte fino a creare nell’illusione dell’eco che copre ogni altro suono l’idea che siano pareri nostri.

Noi ciechi per scelta e convinzione.  Parte di un “Truman show” prodotto all’interno di un “Truman show” e così via all’infinito. Come nelle scale infinite di Escher.

Potremmo almeno tentare di dare spazio a fenomeni di cui nessuno parla, investigare,  scavare per andare sotto la superficie e scoprire che ci sono tanti che non pensano che la politica sia essere scaltri ma semplicemente prendersi cura degli altri, per egoismo, per prendersi cura di sé (e che Focault mi perdoni per la grossolanità), per condividere una futura memoria (ma non nel senso di condividere attuale, dove la nuova forma più agile e immediata è quella di: “condiviso su google+”  con niente aggiunto – la forma estrema di condivisione sui media, non hai bisogno nemmeno di dire stupidaggini, basta aggiungersi).

Comprendo la stizza ed il rifiuto verso i “professori” (oni, ini). Gli intellettuali hanno fallito, in particolare quelli “impegnati” tutti protesi ad essere i primi ad abbracciare la modernità di cui volevano essere i profeti ed i sacerdoti. Allo stesso tempo non posso fare a meno di credere, pensare ed essere convinto che la mia libertà si fonda sul sano disprezzo che posso provare verso le prefazioni renziane probabilmente elaborate da qualche “ghost writer” che tanto ricordano il saggio su Proudhon di Craxi. Vezzi che rivelano il voler essere riconosciuti come capaci di produrre pensiero. Marco (ex-67 nella “terra-di-fianco) e Maurizius piu’ volte fanno riferimento a pragmatismi necessari e doveri verso i propri figli eliminando con una scrollata (metaforica) di spalle le logorroiche (come le mie) elucubrazioni di intellettuali con la pancia piena ed incapaci di azione. Bene, non ho mai pensato che mio padre mi dovesse niente e tantomeno penso di dover qulacosa alle mie figlie. Un pò come il discorso sui giovani (mi ripeto: trovo di una tristezza infinita il riferirsi a quarantenni come “giovani”, piuttosto parlerei di “adulti con vene di infantilismo e di quella onnipotenza che solo gli infanti possono avere dopo aver provato l’effetto del loro primo pianto, grido o capriccio sugli adulti che li circondano”).

Ogni mio post è un tentativo di aprire un sentiero nuovo o piuttosto (poiché devo ammettere non é che siano molto diretti) di vedere qualcuno fermarsi un momento, guardarsi intorno e scoprire una deviazione, un incrocio, una direzione nuova.

Tento di instigare il desiderio di tornare ad essere esploratori come quando eravamo bambini, dove forzare i limiti, ignorare le regole anzi non avere proprio la capacità di comprendere perché questo si e quello no, ci ha permesso di crescere. Non era prescritto che smettessimo di essere curiosi, non era inevitabile e non lo è.

Annunziata, Di Maio, Travaglio, Grillo, Renzi, Napolitano non ci appartengono, non ci riguardano. Vero, le loro azioni condizionano la nostra vita ma è il nostro leggere/parlare di loro che li tiene in vita. Era questo il senso del mio post su Berlinguer: essere diventato comunista e quel che sono, “nonostante” e non grazie a lui.

E mi inquieta molto rileggere le parole di Althusser (scritte quasi in contemporanea a quelle di Berlinguer sulla questione morale):

I partiti, poggiati sui sindacati dell’aristocrazia operaia, sono dei morti in piedi che sussisteranno fintanto che durerà la loro base materiale (i sindacati che detengono il potere nei comitati d’impresa, i partiti che detengono il potere nelle municipalità) e fintanto che saranno capaci di sfruttare la dedizione dei proletari e di abusare della situazione del sottoproletariato e dei lavoratori del subappalto. Ormai vi è unacontraddizione inconciliabile fra le tesi di Marx ed Engels e il conservatorismo organico di partiti e sindacati. E nulla lascia prevedere che la lotta dei diseredati avrà la meglio sui privilegiati che detengono l’apparato di potere. Se il marxismo può ancora per lampi rivivere, i partiti sono morti in piedi fossilizzati nel loro potere e nel loro apparato che detiene questo potere e si riproduce comodamente per detenerlo. Viviamo in questa contraddizione ed è compito della nostra generazione farla esplodere. E malgrado tutte le difficoltà esploderà nella rivolta della nuova giovinezza del mondo.

Parole quanto mai attuali, scritte più di trent’anni fa, da un filosofo. Forse il più filosofo tra i filosofi marxisti. Eppure fu una predizione di realtì ancora una volta sommersa dal mancato equilibrio di quello che una volta si chiamava “unione di teoria e prassi”.

Vorrei che questo blog diventasse il campo base di esploratori dove condividere le delusioni e le amarezze degli innumerevoli sentieri che non portano da nessuna parte ma capaci di custodire la gioia pronta ad esplodere simile a quella dell’equipaggio di una nave al grido: “Terra!”.

Avvelenare i pozzi

Per quanto innamorato del mare, sono stato sempre attratto dalle grotte e dalla roccia. Indifferente a vertigini, agorafobia, claustrofobia da adolescente (e non avendo ancora scoperto il più facile e procurabile stupore derivante dall alcool) ho più volte messo a repentaglio l’esistenza delle mie figlie (in termini di causa ed effetto risultante).

Ricordo in maniera certa (ma non vivida) l’esplorazione di una sorta di galleria in un campeggio con i miei amici (età media 14 anni, il che la dice lunga sulle qualità dei nostri genitori, forse sulla nostra e sicuramente sui tempi e la percezione dell’ambiente sociale – niente paure e protezionismi eccessivi degli adoloscenti, ma questo, forse, perché i nostri genitori avevavo vissuto la loro adolescenza durante la guerra e quindi non ne avevano avuta una).

La galleria era sufficientemente alta da permetterci di camminare senza piegarci, non molto lunga sì da poter intravederne la fine ma buia. Eravamo a piedi scalzi provenendo dalla spiaggia e il fondo era viscido come fango ma più consistente e appiccoso in qualche maniera. Una volta fuori fummo colpiti da due scoperte: la prima, che avevamo camminato in una specie di impasto di argilla, dovuto credo al trasudare dell’acqua di mare, la seconda che eravamo arrivati in una sorta di posto incantato. Una strettissima ansa, circondato da rocce alte una ventina di metri, che nascondeva una porzione incredibilmente azzurra del mare. Di fronte a noi, una parete fatta di rocce sedimentarie, uno strapiombo verso il cielo che ad una osservazione ravvicinata rivelava una serie di appigli, una sorta di gradini formati da lastre di roccia appoggiate una sull’altra.

Resistere fu impossibile e, razionalizzo ora ma di certo non valutai il pericolo a quel tempo, rassicurato dal fatto che in caso di caduta sotto c’era il mare cominciai quello che chiamavo “il petting del rocciatore”, strofinare il mio corpo sulla roccia fino a raggiungere il climax (o cima se preferite).

Se qualcuno pensa che qualcuno tra i miei amici avesse speso del tempo nel dissuadermi da quella che chiaramente era un’imbecillaggine adolescenziale ne faccia a meno. Erano tutti in acqua senza notare nemmeno per caso la mia ascesa. Grazie alla presenza di un tessuto cutaneo alquanto irruvidito nel posto giusto (le piante dei piedi – il dio che protegge i ragazzi aveva pensato bene di farmi crescere in campagna e reso piuttosto ostile a scarpe e calzini) e con qualche graffio alle mani, dopo un tempo giusto, arrivai in cima.

Ricordo ancora la sensazione, potevo aggiungere un’altra tacca sulla cinta della mia memoria delle imprese che avrebbero fatto di me un adulto impertinente e presentuoso al punto giusto. Decisi quindi di scendere e…non c’erano più i gradini. Quella che sembrava una parete perfettamente scalabile, con qualche difficoltà e la giusta misura d’incoscienza, era diventata improvvisamente uno specchio, una lastra d’acciaio senza imperfezioni. Tuffarmi in acqua era fuori discussione (ricordo perfettamente la pedata al culo dello stesso dio dei ragazzi che mi dissuase in maniera definitiva ed irrevocabile).

Dotato di un perfetto senso dell’orientamento mi avviai mestamente su per la collina ed ebbi a scoprire che il ritorno al campo base consisteva in una non gradita marcia di almeno un paio di chilometri. Fu comunque un’esperienza utile da cui (al momento in maniera inconsapevole poi razionalizzata anni dopo) trasse vantaggio la mia attenzione verso le “funzioni inverse” (mai dire di conoscere una funzione se non sei in grado di costruirne l’inversa) e la comprensione della differenza tra “memoria” e “passato”.

La memoria è la parete in ascesa, il passato la parete quando sei in cima.

Una lunga introduzione auto-assolutoria per quello che segue.

Fortini ebbe a scrivere: “canone supremo di molti sembra ormai essere quello della sostanziale unicità ed identità di sviluppo storico del mondo (…). Riduzione del diverso al simile: cioè riduzione del socialismo e comunismo alla tradizione liberalcapitalistica”. Ed ancora, ad un interlocutore immaginario (ma non troppo) che propone una letteratura maggiorenne che “accetta senza strilli di ribellione le strutture organizzative nelle quali la colloca l’occidentale società contemporanea”, che dichiara: “Il mondo, comunque, è compatto. Gli uomini non sono più divisi in classi, bensì in ceti e funzioni” Fortini oppone che queste sono le posizioni tipiche del “Progressimo Generalizzato e Riformista” indotte dal Neocapitalismo.

Tutto questo, senza entrare in discussioni minuziose e peraltro abbondantemente sviscerate in ogni dove, solo per una ragione semplice: lo scritto di Fortini è del 1962, non di ieri o qualche anno fa.

La ragione di questo mio post deriva dall’ennesimo “libretto” in corso di pubblicazione apparso sul blog ed indirettamente riguarda la funzione degli “intellettuali” che oggi sembrano non essere in grado di realizzare che molto è stato detto – ed anche bene – e visto in anticipo come è giusto e naturale per una funzione che include la funzione di “ricercatore” ed “anticipatore” della realtà sociale ma ora è il momento della costruzione di possibilità lasciate intravedere. Mappe sempre più nuove ed aggiornate (a volte anche appesantite da orpelli non necessari ed autocelebratori) o peggio mappe riassuntive di altre mappe ed in qualche caso indigeribili “nuove legende” per sostituire i simboli usati in precedenza non hanno alcuna funzione fino a quando non ci saranno viaggiatori disposti ad usarle.

Per queste ragioni ed altre trovo l’aforisma di Fortini (presente sempre nel saggio del ’62) quanto mai attuale e da “percorrere”:

“Farsi candidi come volpi e astuti come colombe. Confondere le piste, le identità. Avvelenare i pozzi.”

La libreria degli scaffali che si biforcano

Sottotitolo: Confutazione semiseria del “due è meglio di uno” ovvero qualcuno, prima o poi, arriverà da zero ad uno.”

Sotto il sottotitolo: appunto, dove attualmente ci troviamo. C’era bisogno di sottolinearlo? Dipende, da quanto sotto siamo disposti ad andare.

In guisa di introduzione o piuttosto un antefatto tendente alla prefazione (che poi mi sono sempre domandato: “Perché i libri con una introduzione ed una prefazione sono, al netto delle stesse, sempre alquanto sul succinto e pieni di copiose – eufemismo per copiate? – note?”. Ma divago, torno al punto, ehm… all’inizio.

“Avrei dovuto immaginare che Popper era inutile, avrei dovuto spendere più tempo su Levi-Strauss!”

 Pomeriggio d’estate, seduti all’ombra di un gelso bianco, mia figlia d’improvviso mi chiede: “Da dove viene la luna?”. Colgo l’occasione al volo, raccatto tutte le palle, palline e palloni nonché fili di ferro e bastoncini vari disponibili, una lampada dall’interno della casa di villeggiatura e costruisco un modello semplificato Terra – Luna – Sole condito di spiegazioni a cui la mia bambina non si sottrae in un misto di condiscendenza e mancanza di vie di fuga alternative. Al termine della dimostrazione, colmo di orgoglio per aver introdotto mia figlia alle meraviglie del metodo scientifico, le chiedo: “Allora? Ti sembra logico?” (precisazione a beneficio dei lettori: l’uso del termine ‘logico’ era parte del lessico familiare; mia figlia non aveva ancora tre anni quando, non ricordo bene perché, si rivolse a me dicendo “non è logico”. Da allora, senza approfondire, ci fu un tacito assenso nel considerarla una frase “primitiva” che spiega, ma non è spiegabile). Mia figlia alzò la testa e disse: “Non hai capito niente! Il sole, quando fa buio, si leva le asticelle e si prepara per la notte. Quella è luna!”. Se non fosse chiaro, mia figlia aveva elevato a concezione scientifica del mondo la sua rappresentazione. Disegnava il sole con i “raggi” (le asticelle) e la luna era un cerchio spoglio.

Tempo Corrente, ovverosia come entrare in tema senza passare per la cruna.

Nel frattempo il cammello continua a sedermi di fianco, senza profferire verso (tanto meno cambiarlo), chiara versione personale del cult “Donnie Darko”.

Ritorno alla Supremazia del Crudo ed il Cotto

Annoto mentalmente che, appena di ritorno a casa, devo risistemare i libri negli scaffali della libreria. Operazione faticosissima a causa dell’insana logica con cui li ordino. L’obiettivo finale è quello di avere a portata di mano tutti quelli di Antropologia Culturale e relegare alle mensole in alto quelli di Logica e Filosofia della Scienza. L’ordinamento ha un principio certo, ma è estremamente indeterminato nella concatenazione. Il libro numero 1 (quello da cui tutto ebbe inizio) è sempre lo stesso, di seguito quelli comprati per associazione o necessità ai temi esposti nel primo e così via. Alla fine della linea il bivio continua sempre per associazione, ma il principio secondario è: verso l’alto quelli considerati meno utili e letti, verso il basso quelli più “utili”, ma non approfonditi. Si tratta quindi di risistemare il tutto riassegnando giudizi di valore (in qualche caso, baro, per ragioni sentimentali, ad esempio, continuo a sistemare il “Manifesto” nella zona centrale anche se, a dirla tutta, non è che ci abbia speso tanto tempo).

Ci sono poi dei sottoinsiemi di deroghe a questa logica che hanno portato alla creazione di isole tematiche (tutti i racconti di SF, i libri d’arte, i fumetti – con esclusione dei numeri dei ”Fantastici 4” dove appare Silver Surfer e il numero 500 di Topolino che non vi dico dove posiziono, preferisco lasciarlo alla vostra immaginazione – ma bando alle divagazioni).

L’operazione di riordino fu completata ed ebbe conseguenze permanenti sulla mia “rappresentazione del mondo”. Da qui nascono eventi che non importa ricordare, ma i cui effetti sono visibili nella scrittura e nell’inversione della procedura di preparazione delle cotolette. Ma per quest’ultimo effetto abbiamo bisogno di essere insieme nel mondo reale. Capiterà…

Tempo Corrente II o dell’“acqua stagnante” (la palude verrà molto dopo ed il cammello rumina senza cambiare verso).

“Scolastici” della Rete attribuiscono il “due è migliore di uno” ad un cammello alle prese, in una disputa teosofica, con un dromedario. Pare che l’argomento finale del dromedario sia stato: ”Ti sfido a provare che due gobbe sono meglio di una, se l’una è quella di Belzebù detto Giulio”. Il povero dromedario non era al corrente della mitica vignetta apparsa sul ‘Male’ in cui si svelava il segreto della protuberanza che in realtà era…………insomma, ricamateci sopra un po’.

A distanza di anni il ricordo della disputa con la figlia mi ricorda costantemente come sia difficile (e rischioso) affrontare dei ragionamenti senza delimitare con chiarezza i limiti del linguaggio e di chi sia l’onere della prova (ivi compresa la discussione senza fine su che cosa sia una prova e quando sia accettabile e dove non sia appropriata o il contrario).

Ragioniamo quasi sempre in termini di questo o quello, vero o falso, ma il principio del terzo escluso (A o non-A) è indipendente dal concetto di bivalenza semantica (vero o falso). Lasciamo entrare in scena il vecchio Aristotele:

Domani ci sarà una battaglia

Domani non ci sarà una battaglia

la verità di queste due proposizioni è indeterminata, ma

Domani ci sarà una battaglia o non ci sarà una battaglia

è sempre vera (oggi e sempre). Ciò nonostante, non c’è possibilità di inferire nessun giudizio di vero/falso sulle due singole proposizioni. (Roberto potrebbe scrivere un post sull’esperimento delle due fenditure e rendere il tutto molto…più chiaro).

Questo è il misero strumento che abbiamo a disposizione e pretendiamo di verificare, confrontare, validare le migliaia di parole che da Renzi al Barbiere della Camera intasano il circuito mediatico?

Personalmente sono costantemente frastornato e mi riesce difficile seguire. Ma, mi ripeto, ormai è chiara la mia “fuga dalla realtà”. Mi rifugio in Van Vogt: “Il mondo del Non-A”. Mi sembra tutto molto più “logico”.

PS Il viaggio da zero ad uno è la distanza tra due paletti tra i quali il cammello è seduto, niente di sofisticato. Di fatto continua placidamente a ruminare i datteri di cui non sputa il nocciolo. E di questo gli sono grato.

Ancora una volta tocca alle streghe farci pensare (e forse agire)

  • LO CHIAMANO AMORE. NOI LO CHIAMIAMO LAVORO NON PAGATO.
  • LA CHIAMANO FRIGIDITÀ. NOI LA CHIAMIAMO ASSENTEISMO.
  • OGNI VOLTA CHE RESTIAMO INCINTE CONTRO LA NOSTRA VOLONTÀ È UN INCIDENTE SUL LAVORO.
  • L’OMOSESSUALITÀ E L’ETEROSESSUALITÀ SONO ENTRAMBE CONDIZIONI DI LAVORO… MA L’OMOSESSUALITÀ È IL CONTROLLO DEGLI OPERAI SULLA PRODUZIONE, NON LA FINE DEL LAVORO.
  • PIÙ SORRISI? PIÙ DENARO. NIENTE SARÀ PIÙ EFFICACE PER DISTRUGGERE LE VIRTÙ DI UN SORRISO.
  • NEVROSI, SUICIDI, DESESSUALIZZAZIONE: MALATTIE PROFESSIONALI DELLA CASALINGA.

Sono le prime righe di un opuscolo chiave del Movimento Femminista, Salario contro il lavoro domestico, di Silvia Federici, italiana (nata a Parma), ma definita in Wikipedia ‘American scholar’. Silvia Federici è stata, ed è, una fonte inesauribile per chi crede ancora nella forza dell’analisi marxista nell’interpretazione dei fenomeni sociali; è inoltre membro del ‘Collettivo Midnight Notes’, a cui credo di aver accennato, quando ho parlato delle ‘Nuove Recinzioni’.

Ciò che mi ha colpito è stato il fatto di aver trovato (grazie all’informazione di Ferdy/Rev/Ciarli) il sito Wages for Facebook, creato da Laurel Ptak, la quale, fulminata dalla lettura dell’opuscolo della Federici, ha realizzato che, sostituendo ‘Facebook’ a ‘lavoro domestico’, l’80% dell’analisi era valida. Riporto sotto la traduzione delle prime righe delManifesto della Ptak (cliccando sul sito potrete leggerlo tutto).

Non voglio dilungarmi in analisi comparate o dettagliate, mi interessa solo mostrare come sia a disposizione un insieme di strumenti che è ancora lì pronto per l’uso. Non è perfetto, richiede sforzo e pazienza, ma è, forse, l’unica possibilità per comprendere che l’unica libertà di cui possiamo liberarci è quella di aver scelto di incatenarci con le nostre mani in cambio della chiave che non useremo mai.

  • LA CHIAMANO AMICIZIA. NOI LO CHIAMIAMO LAVORO NON PAGATO. OGNI LIKE, CHAT, TAG O POKE SI TRASFORMA IN PROFITTO PER LORO
  • LA CHIAMANO CONDIVISIONE. NOI LO CHIAMIAMO FURTO
  • PER TROPPO TEMPO ABBIAMO ACCETTATO LE LORO CONDIZIONI – È TEMPO DI DETTARE LE NOSTRE.

“Ci metteremo in contatto con voi per una nuova ordinazione”

  • “In previsione di ulteriori esperimenti con una nuova droga soporifera, Vi saremmo grati se ci poteste procurare un certo numero di donne”;
  • Abbiamo ricevuto la Vostra risposta, ma consideriamo che il prezzo di 220 marchi per donna sia eccessivo. Vi proponiamo un prezzo non superiore a 170 marchi a testa. Se siete d’accordo sulla cifra, prenderemo possesso delle donne. Ce ne abbisognano circa 150”;
  • Accusiamo ricevuta dell’accordo. Preparateci 150 donne nelle migliori condizioni di salute: appena possibile le prenderemo a nostro carico”;
  • Ricevuta l’ordinazione di 150 donne. Nonostante l’aspetto emaciato, esse sono state giudicate soddisfacenti. A giro di posta vi terremo al corrente dei risultati dell’esperimento”;
  • “Gli esperimenti sono stati eseguiti. Tutti i soggetti sono morti. Ci metteremo in contatto con Voi per una nuova ordinazione”

Lettere commerciali tra la “I.G. Farben” industria chimica tedesca ed il campo di concentramento di Auschwitz. Uno dei tanti gruppi industriali in relazione commerciale con il campo di sterminio. (tratto da “Il prezzo della Vita” di Bruno Bettelheim).

Solitamente si pensa e si discute del Nazismo in termini di “Caduta della Ragione”, “Irrazionalità” contrapponendo ad esso una “Ragione” che dovrebbe impedirci di ripetere l’orrore.

Eppure leggendo quelle lettere si avverte solo un semplice e razionale scambio commerciale, persino una trattativa sul prezzo (altro che vite senza valore).

Ci sono innumerevoli altri esempi di questa quieta macchina amministrativa (come ad esempio gli ordini per lo Zyklon B e la contabilità accurata dei prigionieri, in entrata ed in “uscita”). Fatti che dovrebbero essere noti (spero che lo siano) e che non rappresentano una scoperta improvvisa.

Perché parlo di questi avvenimenti?

Perché la stessa razionalità con cui quei fatti sono avvenuti, quella catena di “piccoli eventi” che messi insieme hanno dato origine ad uno dei più grandi orrori della Storia è’ la stessa razionalità che ci ha condotto all’attuale situazione di disagio ed enorme diseguaglianza sociale.

L’incapacità di dire “no”. Dall’accettazione dei “principi scientifici” (?!!) del pensiero economico dietro la dottrina dell’austerità all’esecuzione da parte di centinaia di politici, burocrati, impiegati di terzo livello delle direttive conseguenti.

La capacità di dire “no”, di vivere serenamente situazioni di disaccordo, in cui si deve rinunciare a qualcosa o a qualcuno, in cui bisogna scegliere di contrastare la maggioranza o l’autorità, seppellita dalla paura di contrastare persone dominanti, dalla paura che qualcosa possa andare per il verso sbagliato.

Le scelte operate dai governi europei, al pari dello scambio di lettere per l’ordinazione delle donne, in una convergenza ineludibile di decisioni da prendere in base ad un meccanismo impersonale. Spesso ripetiamo: “ce lo chiede l’Europa” quando dovremmo chiederci: “Chi lo ha chiesto ai nostri governanti”. Mi piacerebbe spiegare, come a volte mi capita, tutto ciò che è accaduto con l’esecuzione di un piano cosciente di servi del “Capitale”. Infatti è meno terrificante del pensiero di una massa di stolidi, ottusi, tetragoni funzionari intenti a predisporre misure di riduzione della spesa pubblica in base ad indici e coefficienti mai messi in discussione……”I soggetti sono morti. Ci metteremo in contatto per una nuova ordinazione”.

Nel XIII secolo all’Università di Parigi un gruppo di scolastici era impegnato in uno studio per stabilire se l’olio esposto al freddo di una notte d’inverno congelasse. Il tentativo di soluzione si concentrò sullo studio delle opere di Aristotele.

Questo modo di affrontare la realtà è del tutto comune, quando si impostano ragionamenti basati su principi e/o testi indiscutibili, per affrontare e tentare di capire qualcosa di semplice e concreto.

E la sofferenza, la mancanza di serenità, la morte del futuro per le giovani generazioni, la fame, la necessità di cure mediche, l’istruzione (lista aperta aggiunte a piacere) sono cose semplici e concrete, non solo variabili di qualche modello economico più o meno accurato e capace di qualche predizione accettabile. La “tecnica” è una possibilità ed una scelta tra le tante a disposizione quando le variabili in campo sono le persone reali. Una scelta possibile è quella di dire “no”:

“no” al cretino che parcheggia in doppia fila;

“no” al furbetto che ci chiede di essere furbi con “ricevuta con IVA o senza?”;

“no” alla tentazione di buttare qualcosa per terra quando non c’è nessuno in vista”;

“no”……

“no” alla terza porzione di torta (tanto poi vado in bici..);

ma il “no” più importante è il “no” alle “soluzioni tecniche” e la frase “tecnicamente false” è l’espressione massima del “linguaggio tecnico” ormai al di sopra persino delle regole “tecniche” del linguaggio stesso”.

A mo’ di monito sull’uso della razionalità e della tecnica ripeto l’obiezione che sollevai in III Liceo quando iniziammo lo studio della Fisica. Il professore ci stava spiegando quella che lui chiamava la “Fisica della palle da Biliardo” e ci stava mostrando come calcolare il movimento della palla B colpita dalla Palla A, spiegando che B reagisce in base all’energia ricevuta. Il succo della spiegazione era che l’effetto era sempre perfettamente calcolabile in base alla causa e che niente altro era necessario. Al che gli dissi:

Non credo, ha mai provato a dare un calcio ad un cane?

La Conchiglia e la Passione

RALPH: Di grandi non ce n’e’ neanche uno. Dovremo cavarcela da soli.(Mormoriodell’assemblea)
E un’ altra cosa. Non possiamo parlare tutti insieme. Si deve alzare la mano, come a scuola. Poi gli darò la conchiglia. E chi ha la conchiglia può parlare, e nessuno lo deve interrompere.

(da “Il Signore delle Mosche”)

 “R., vai fuori! E’ intollerabile!”
 “Ma, professore non stavo facendo niente!”
 “Appunto. E’ intollerabile. Tu non soffri!”

(da “Il temuto anatema del prof di matematica e fisica in V liceo”).

Alcune note su questo scambio verbale. Questo professore era bravissimo (ho superato Analisi I praticamente senza studiare grazie ai suoi appunti. Permetteva qualsiasi cosa in classe. Sedevamo sui banchi o per terra, persino sulla cattedra, si fumava e mangiava. La sua richiesta era semplice: prestare attenzione alla spiegazione. Per di piu’ era l’unico che, nel caso che qualcuno avesse il coraggio sufficiente per chiedere di andare in bagno (abbiamo considerato seriamente di indossare pannolini per il timore di interrompere la lezione), interrompeva ed aspettava il ritorno del poveretto che, praticamente, la faceva di corsa e qualche volta anche con danni.
Per me la cosa piu’ notevole era come gestivamo il rapporto studente-professore al mattino e membri del direttivo del partito a sera.
Credo di aver capito il senso di “comportamento istituzionale” in quei giorni.

“Tu non soffri!” Per L. era inconcepibile che le spiegazioni scivolassero via. Erano importanti. Aveva “sofferto” per impadronirsi della materia e gli sembrava impossibile:
1. Che fosse possibile imparare senza incorrere in “cicatrici” risultanti da “ferite da sforzo intellettuale”;
2. Che “senza passione” fosse possibile dominare e/o essere padroni di qualsiasi tipo di sapere.

Aveva una tecnica di insegnamento semplice. Non si stancava mai di ripetere per quelli che non avevano capito (e quelli che pensavano di, stavano ben attenti ad ascoltare la ripetizione della spiegazione onde non incorrere nell’ anatema). La domanda continua era: “posso andare avanti?”.
Guai a mentire, non sarebbe mai piu’ tornato sull’ argomento e non c’erano scuse che tenessero al momento della verifica.
Aveva guadagnato il rispetto di una classe turbolenta (indisciplinati, “rollatori”, “barbuti” tutti con ottimi voti, compatti come una falange e supremamente indifferenti all’ autorita’ formale dal Preside all’ ultimo degli insegnanti, con esclusione della potentissima segretaria – e li’ ho imparato il potere della burocrazia statale e che i deputati ed i ministri, invece, vanno e vengono). Dicevo, aveva guadagnato il rispetto dell’ “orda” il primo giorno di scuola quando al continuare imperterrito di un casinista inveterato esclamo': “R., cosa credi? Non ti mando dal Preside o altra punizione, ti aspetto all’ uscita e ti riempio di schiaffi!”. Silenzio della classe ed immediata attenzione. Finalmente! Avevano mandato un “selvaggio” tra i “selvaggi”. Era uno di noi. La “conchiglia” gli spettava in maniera permanente.
La conchiglia e la passione. La capacita’ di essere “istituzionali” e “veri” allo stesso tempo, rendendo le istituzioni vive e composte da persone reali fatte di sangue, rabbia, malumore, gioia, tenerezza sono la risposta all’ “emotivon” (nota: cara Laura, mi e’ venuta cosi’, stento a credere abbia avuto un effetto su di te). Tradotto semplicemente nelle parole di Fortini: “L’ uomo non sa piu’ verso dove vive”.
O, in ricordo di innumerevoli discussioni adolescenziali sul tema della liberta’, la differenza tra “liberta’ da” e “liberta’ per” come esempio di differenza tra una definizione borghese ed ideologica ed una marxista con qualche tentativo di scientificita’.

Queste riflessioni frammentarie e sparse (legate come sempre a ricordi ancor piu’ sparsi – confesso, niente datteri negli ultimi giorni ma in compenso parecchio alcool) nascono dalla lettura dei commenti sugli ultimi post (Castellina- Cavalli) di cui mi ha colpito (comprendetemi ma non perdonatemi) l’ arroganza liquidatoria (non trovo un termine migliore) che assumo come dato di fatto senza giudizio, ma che mi lascia sempre un po’ perplesso quando mi domando “diremmo le stesse cose, faccia a faccia?”.

Vi lascio la conchiglia con il ricordo di Piggy, un eroe vero con il senso delle istituzioni.