Sala Macchine (Archivio Transiberiano) 3

“Wilson-an-sich” o “Wilson-an-dich”

Nota Preliminare: ad evitare interpretazioni errate il titolo del post se riferito verbalmente deve necessariamente essere preceduto dalla precisazione che trattasi di tedesco e non inglese (sick and dick).

La folgorante e sintetica asserzione di Ciarli (a proposito del Wilson in sé contrapposto al Wilson in te) mi ha fatto seriamente riflettere. Anche se non necessario preciso che Wilson è qui inteso come una categoria logica, un’astrazione, un carattere universale, insomma un “Huriah Heep”, un “Tom Sawyer”, un “Enrico” (no, non “lui”, ma quello di De Amicis). Se qualcuno pensa siano nomi a caso si sbaglia, tutti intenzionali.

Questo post nasce mentre pensavo di scriverne uno su Pagliarani e come la poesia possa (o forse usava) essere un’arma per il cambiamento ed in particolare avevo pensato di partire dai versi della “Ragazza Carla” diventati indelebili dalla mia memoria:

E’ nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita

versi trovati nell’antologia di III Media (a dire il vero insieme ad “Amore” di Cardarelli ma non lo ammetterò mai) che mi hanno accompagnato ed aiutato a crescere fino ad arrivare alla “Ballata di Rudi”:

Ma dobbiamo continuare
come se
non avesse senso pensare
che s’appassisca il mare

versi che mi accompagnano ora nella maturità (fatta di mutande ancora bianche ed immacolate secondo la lezione di madre e nonna: “e se ti succede qualcosa e ti portano in Ospedale, devi sempre essere in ordine e pronto all’imprevisto” tanto che io mi domandavo “ci sarà una mutanda per la Rivoluzione, dovesse accadere all’improvviso?”).

Scrivendo questi ultimi versi ho pensato a “Wilson” che leggeva e contrabbatteva con: “Non capisco, cosa vuoi dire, il mare non può appassire?”

Ovviamente esagero (spero per lui e per me) ma quello che intendo dire è che l’intrinseca difficoltà insita nel linguaggio, tra quello che diciamo e quello che “diciamo non dicendolo” ma che dice più di quello che lasciamo intendere (insomma la battaglia tra denotazione e connotazione) contribuisce in buona parte a rendere difficile la comunicazione a due, figuriamoci quella uno-molti o molti-molti.

Il tipo “Wilson” usa il linguaggio in maniera essenzialmente denotativa, evita la connotazione o perlomeno non la ama, Tende a confonderlo o a rendere ambigua la comunicazione o peggio ad instaurare un livello empatico non desiderato.

Insomma, che ci crediate o meno, il tipo “Wilson” è un esempio della comunicazione tipica di quelli che chiamiamo “social media” dove l’imperizia e l’inettitudine a gestire rapporti interpersonali raggiunge il suo massimo livello nell’uso degli “emoticon”.

Già, gli emoticon eliminano l’ambiguità tipica del linguaggio (insita nel suo elemento connotativo e possono essere tradotti con un: “non sono sicuro di essere capace di comunicare con le parole quello che intendo, aggiungo la faccina e le ambiguità sono eliminate”. Infatti, un linguaggio di programmazione può riconoscere gli emoticon e reagire in maniera coerente come un umano. Gli emoticon sono l’anima di un linguaggio formale, puramente denotativo.

Ed era questo che mi irritava (e mi irrita) nel tipo “Wilson”, la totale mancanza di empatia, quel misto di cinismo e ironia, compassione e rigore che mi (ci) rende umani. Il “mi hai sinceramente rotto i coglioni. grandissimo figlio di buona donna ma non riesco a non volerti un pò di bene”

Allo stesso tempo ignorare la connotazione volontariamente è la strada principale scelta quando vogliamo entrare in conflitto. Specialmente se l’ “altro” sa che siamo ben capaci di capire basandosi su esperienze precedenti. Al diavolo le sfumature, i “distinguo”, “so da dove vieni e cosa vuoi dire”. Il “cosa vuoi dire” viene ignorato e partono le accuse: “tu hai detto!”.

Il tipo “Wilson” non è ambiguo, il suo “vuol dire” corrisponde ” al suo detto”, non ci sono livelli, è monodimensionale ma, poiché il mondo per noi è sempre quello che passa attraverso i nostri e solo i nostri occhi, la sua semplicità viene avvertita come una dichiarazione di conflitto.

E’ responsabilità di chi è complesso di capire il semplice e non il contrario, perciò “Wilson” lo so che il mare non può appassire ma a volte quelli come te sono capaci di farmelo credere ed io ho bisogno di continuare senza il timore di far appassire il mare.

Guerra di Posizione. Tra Eton e “Il Nuovo Mondo”

(a Ciarli: il cammello mi ha lasciato solo e si è portato via i datteri. Mi ha lasciato una nota: “avessi una sola gobba potrei convivere con la depressione ma ne ho due e almeno una preferisco colmarla con la speranza”)

Di ritorno da una visita ad una delle mie figlie ripenso alla frase con cui mi ha salutato: “Sei un vegliardo adoloscente” mi ha detto, prima di baciarmi sulla soglia di casa. Tutto perche’ ad un solenne richiamo ad essere realista le ho risposto: “Chiamo realta’ quello che manca ad un uomo per sentire che esiste”.

C’è una immensa tenerezza e calore che ti scalda il cuore quando sono i tuoi figli che ti trattano come se tu fossi il bimbo da proteggere. Da qualche parte, in qualche tempo, probabilmente, avrò fatto qualcosa di giusto. Prendo la strada interna per tornare a casa (odio le autostrade) e passo per Eton. Sono quasi le 8 del mattino. Eton, tempio dell’Educazione delle futuri classi dirigenti. Li vedo sfilare. L’età è mista. Quasi adolescenti e quasi uomini, ma tutti nei loro abiti formali. Sembrano pinguini. E si muovono in maniera imbarazzata. Tutti hanno le mani in tasca. Per darsi un tono. Ad Eton si studia ancora latino e greco. Nel paese dove la scuola è stata ristrutturata per fornire lavoratori alle multinazionali pronti per l’uso, in barba a quella che una volta si chiamava “cultura” (per qualcuno “generale”), dove lo Stato è stato pronto ad assumersi i costi della formazione per trasferire sulla “generica società” i costi dell’imbarbarimento, le classi dirigenti sono bene attente a fare in modo che la loro progenie possa parlare ed in modo competente di Eschilo, Sofocle, Seneca, Virgilio. Un sottile modo per ristabilire la “politica” basata sul censo, questa volta “intangibile” e perciò molto piu’ difficile da comprare. Di sicuro lo slogan pubblicitario di mastercard e’ partito di qui. “Per tutto c’e’ Mastercard. La Cultura? Non ha prezzo”.

Non è un risultato del movimento delle cose, ma un progetto pianificato. Da oltre oceano come spesso accade. Negli USA si chiama “Dumbing Down America”. Senza voler entrare nell’apologetica di Camelot (la famiglia Kennedy) vale la pena di ricordare uno storico discorso di Robert, un discorso non scritto (del resto era lui il “ghost writer” di John). Il 4 Aprile del 1968, ad Indianapolis, durante la campagna elettorale, viene informato dell’assassinio di Martin Luther King. La platea era composta per la maggior parte di quelli che adesso si chiamano “african-american”. Robert Kennedy non cancella il discorso come gli era stato suggerito, ma decide di annunciare egli stesso alla platea la notizia dell’assassinio. L’indirizzo che rivolge alla platea è:  “Ladies and Gentlemen” (non il “folks” di Bush”) con l’invito a deporre gli striscioni della campagna elettorale e cita Eschilo da “Agamennone”. Poi continua: “Quello di cui abbiamo bisogno oggi non è divisione, non è violenza o assenza di legge, ma amore, saggezza e compassione degli uni verso gli altri ed un senso di giustizia sociale verso quelli che ancora soffrono nel nostro Paese che siano bianchi o neri”. Conclude il suo discorso con la speranza che gli americani possano finalmente indirizzare i loro sforzi verso “quello che i Greci scrissero tanti anni fa: domare quello che è “selvaggio” nell’uomo e rendere umana e gentile la vita in questo mondo. Questo è quello a cui dovremmo dedicare i nostri sforzi”. Questo discorso è notevole per due ragioni: la prima è il tono, la seconda il linguaggio. Kennedy si rivolge senza condiscendenza ad un pubblico di uomini e donne “ordinari” citando un poeta greco e senza fare ricorso a slogan facili e “popolari”. Chiunque facesse lo stesso oggi, negli USA, in Europa ed in Italia verrebbe accusato di essere uno “snob”, o, orrore degli orrori, un “intellettuale”. Nel 1816 T. Jefferson disse: “Se una Nazione crede di poter essere ignorante e libera, crede in qualcosa che non è mai esistito e non esisterà mai”.

Eton è ormai dietro di me. Continua il mio viaggio verso casa.A volte provo un’ invidia incontenibile quando il mio sguardo si posa su questi agglomerati di case che trasudano ordine e quiete ma soprattutto un piano urbano. Un piano di una città disegnata tanto tempo fa che si ostinano a ripetere senza, forse, nemmeno piu’ averne le ragioni, ma che esprime la ricerca di un equilibrio. Uno splendido ammortizzatore sociale. E’ difficile cadere nel degrado quando tutto intorno urla con forza: “abbi cura, anche di te.”. Certo non è Arcadia, le sacche di disagio sociale sono ampie, piccoli e grandi orrori irrompono ogni giorno le notizie dei giornali insieme agli scandali dei politici e alle loro miserie e distanza dai bisogni della gente normale. Ma c’è sempre un’ area ben curata, un parco dove bambini giocano, una scuola che riconosci come tale a distanza. Ecco, mi sarebbe piaciuto andare a scuola in un posto che fosse pubblicamente riconosciuto come “scuola”. Uno spazio “altro” dove il diritto di crescere fosse chiaro sin dal limitare del prato. Invece sono cresciuto in aule che erano appartamenti condominiali ristrutturati. Dove ogni anno l’occupazione e gli scioperi erano obbligatori nella speranza di avere un “edificio scolastico”. Già, occuparsi della scuola significa prima di tutto occuparsi di edilizia scolastica. Di scuole dove gli studenti possano sapere di essere tali. Gli insegnati anche. Persino il Preside. Della scuola mi restano solo gli amici. Uomini a cui ho mostrato il cuore senza pericolo e che mi hanno mostrato il loro. Parlavamo di tutto. Per ore. In villa. Sul “muretto”, in piazza, in sezione. Eravamo amici perchè non esisteva il “malinteso”.

Diversamente dalle discussioni che avvengono in rete  dove alcuni aprono una bocca cosi’ grande da ingoiare il mondo. La stessa bocca che produce finzioni o fatti. Fatti invocati perche’ si producano nella sfera di questo mondo sconosciuto, al centro del quale si collocano. Tanto tempo fa, un amico, il più caro, mi disse: “Non scrivere una riga senza aver pensato o sentito ciò che essa scrive”. Ho cercato, non so con quanto successo, di attenermi a quello che per me diventò “Il Precetto”. Di mio ho solo aggiunto: “meglio essere disposti alla sciocchezza piuttosto che vivere di pensieri sotto forma di prestiti.”. Dov’ero? Ah già. Guerra di posizione. Gramsci, naturalmente. Ci arriverò, è un cammino faticoso. Da qualche parte ho letto di sogni. Bisogna essere attenti: “I sogni, nella notte senza porte, sono le ombre di ciò che è più nero del buio”.

…Continuo a guidare. E’ strano come le parole possano trovare rifugi così segreti da non poter essere trovate senza difficoltà. Persino le proprie. Forse soprattutto esse. Quando sono solo (adesso capita solo quando sono in auto dove amo essere da solo) ho praticato sempre una tecnica per mantenere viva la mia memoria. Lasciare che una frase ne porti un’altra, titoli, autori. Strofe monche e tento di rivivere le situazioni in cui le ho incontrate. “Da bambino quando scrissi il mio nome per la prima volta, ebbi coscienza di iniziare un libro”. Vero, almeno per me. Ma torniamo al “mondo nuovo” ma non quello terribile di Huxley che lessi in coppia con Orwell. Un incubo. Specialmente se si e’ veramente giovani. Per associazione, almeno nella mia mente, appare Bradbury (Fahrenheit 451): “Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di “fatti” al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d’essere “veramente bene informati”. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affiché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.”. Facile per me ritrovare quello che oggi è chiamato “infotainment”. Del resto sono i poeti che fanno la Rivoluzione e gli scrittori ne sono gli ideologi. Un mare di notizie che ci agitano per l’equivalente di un battito di ciglia, lo sdegno che vive il tempo di un respiro e subito pronti a ricominciare. E noi inviluppati in questo marasma, insaziabili. Incapaci di riconoscere, riconoscerci e di pensare. L’obesità è un problema. L’obesità da rete per eccesso di notizie sarà probabilmente ricordata come la più grande pandemia del nostro secolo (che non è il mio). Chiediamo notizie con la stessa lucidità di qualcuno che chiede alla sua ombra che ne è stata di essa nella notte. “Chiediamo alla Notte, notizie della nostra Ombra?”

“Ma come ho associato Gramsci ai “pinguini” di Eton? E’ stata la sensazione di tempo passato che si respira passando per un paese che non è altro che il “college” stesso? Dove è difficile riconoscere un insegnante giovane da uno studente anziano poichè condividono lo stesso imbarazzo e disagio a camminare tra quegli edifici che hanno visto e sentito così tanto?” E’ stato il ricordo di una frase chiave di Gramsci che si è stampata nella mia memoria: “La complessità del linguaggio di una persona descrive la complessità della sua concezione del mondo”. Quello che distingue un “politico di professione” da un “politicante” è la volonta’ di non semplificare un problema, di non preoccuparsi di riassumerlo, di non nascondere la verità per il timore che non venga capita, di avere il coraggio di dire: ”questo è quello che possiamo fare oggi, domani si vedrà e voi sarete i primi a saperlo, forse e soprattutto prima di me”. Gramsci. Guerra di posizione. Il ruolo dell’egemonia e degli intellettuali (non mi stancherò di ripeterlo, nel senso gramsciano: specialista+politico). Prima di andare avanti mi sono ricordato di un aneddoto, ridicolo in sè ma che racchiude il senso del disprezzo che a volte anche in queste pagine è rivolto a chi tenta di andare oltre l’istante e l’ennesimo articolo di giornale. Tom Wolfe, uno scrittore americano ad una conferenza in piena epoca reaganiana concluse il suo intervento con: “Il marxismo ha affascinato così tanti intellettuali perchè c’era una promessa implicita che il “potere” sarebbe poi stato ceduto a loro”. Grande applauso. Fine della cena. Quasi ridicolo, pensando alla sorte di tanti “intellettuali” nell’URSS durante i 50 anni di dominio sovietico. Faticosamente, sono quasi alla fine.  Scrivere è difficile. Le parole sono come un giardino, facile prendersene cura e racchiuderle in uno sguardo. La scrittura è come il deserto. In ogni grano di sabbia c’è un segno ed è  facile dimenticare quelli già usati.

Non puoi cambiare una società se non hai un’idea di cosa vuoi sostituire meglio ancora se hai dei prototipi (L’ape e l’architetto. A proposito di egemonia e guerra di posizione)

Dalla notte alla prossima notte. Il giorno è la tappa piu’ dura. La notte sopprime i colori e la fatica di distinguere. Le parole sono lì, facili da trovare, quasi impossibili da evitare. Da bambini mettiamo insieme parole, come un tesoro che poi gli anni si accaniscono a disperdere. Parole stupite, capitate lì per caso e che ci abbandonano lasciando solo vuoti che non possiamo più riempire. Possiamo solo perderle ma non liberarcene. Non scegliamo siamo scelti. O abbandonati. “Pronunciare una parola è come pigiare un tasto sul pianoforte delle rappresentazioni”. Scrivere è intraprendere un viaggio alla fine del quale non siamo più noi stessi. La creazione del consenso è il punto chiave in una democrazia. Ma lo è anche nel dirigere un’azienda, una famiglia. Trasmettere una visione raggiungibile, creare una realtà disponibile, alternativa a quella in cui viviamo. I fatti smentiscono le parole. Giusto. Ma senza parole non ci sono fatti. Eton. La classe dirigente sa che per mantenere il dominio dovrà essere capace di generare e gestire consenso. Il denaro poi comprerà i tecnici ed i competenti. In fin dei conti a cosa servono le classi subalterne? Egemonia ed intellettuali. Gramsci. La rivoluzione in Italia è possibile ma potrà essere solo una Rivoluzione Passiva. Gestita da una futura classe dominante che preparerà in ogni dettaglio la realtà da sostituire. La realtà non un sogno. Un’ Utopia. Non è quello che accade forse con il “movimento”? Hanno generato parole e si affannano a saldarle a fatti. Che generano altre parole. Ma non una realtà alternativa. Perchè non c’è spazio per che non “condivide”, per chi ha dubbi, per chi pensa che “il mondo è grande e terribile e complicato. Ogni azione lanciata sulla sua complessità sveglia echi inaspettati”. Questa e’ la guerra di posizione. Combattuta dagli “intellettuali” (specialista+politico) che non sono sorci da libri andati al macero, ma coloro che sanno quali strumenti usare e dove e quando e come. Con la pazienza del tarlo davanti al guscio della noce. Coloro che indicano l’argilla e poi mattoni mentre mostrano il progetto della casa da costruire. Coloro che non vendono il sogno della casa, ma indicano la cazzuola e parlano di sudore e mal di schiena. Dietro di me, non tutto è rovina nè traccia di rovine. Non ho verità. La verità è un’invenzione continua perchè si contraddice da sè e solo il provvisorio è vero. “Ho segnato con una traccia rossa la prima pagina del libro che ho letto, perchè la ferita è invisibile all’inizio.”

Sollevare un macigno per negare gli dei

Ci sono pagine che segnano la vita di chi le ha scorse. Pagine che chiedono di essere rilette e riportate in vita perché non hanno ancora esaurito il loro compito e, probabilmente, non lo esauriranno mai.

Inutile riproporle come echi del loro passaggio e sminuirne la forza. Vi ripropongo un estratto di un testo che ha segnato la mia vita e che non ho dimenticato mai. Ancora oggi quando mi trovo a muovere i primi passi su una strada di cui non posso intravedere la fine e tantomeno il punto d’arrivo mi ritrovo a dire:

Bisogna immaginare Sisifo felice.

Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza.

Se si crede ad Omero, Sisifo era il più saggio e il più prudente dei mortali; ma, secondo un’altra tradizione, tuttavia, egli era incline al mestiere di brigante. Io non vedo in questo una contraddizione.

Sono diverse le opinioni riguardanti le cause per le quali divenne l’inutile lavoratore degli inferi. Gli vengono rimproverate anzitutto alcune leggerezze commesse con gli dei, in quanto svelò i loro segreti.

Egina, figlia di Asopo, era stata rapita da Giove. Il padre si sorprese della sparizione e se ne lagnò con Sisifo, il quale, essendo a conoscenza del rapimento, offerse ad Asopo di renderlo edotto, a condizione che questi donasse acqua alla cittadella di Corinto. Ai fulmini celesti, egli preferì la benedizione dell’acqua, e ne fu punito nell’inferno. Omero ci racconta pure che Sisifo aveva incatenato la Morte.

Plutone, non potendo sopportare lo spettacolo del suo impero deserto e silenzioso, mandò il dio della guerra, che liberò la Morte dalle mani del suo vincitore. Si dice ancora che Sisifo, vicino a morire, volle imprudentemente avere una prova dell’amore di sua moglie, e le ordinò di gettare il suo corpo senza sepoltura nel mezzo della piazza pubblica. Sisifo si ritrovò agli inferi, e là, irritato per un’obbedienza cosí contraria all’amore umano, ottenne da Plutone il permesso di ritornare sulla terra per castigare la moglie. Ma, quando ebbe visto di nuovo l’aspetto del mondo, ed ebbe gustato l’acqua e il sole, le pietre calde e il mare, non volle piú ritornare nell’ombra infernale. I richiami, le collere, gli avvertimenti non valsero a nulla. Molti anni ancora egli visse davanti alla curva del golfo, di fronte al mare scintillante e ai sorrisi della terra. Fu necessaria una sentenza degli dei. Mercurio venne a ghermire l’audace per il bavero, e, togliendolo alle sue gioie, lo ricondusse con la forza agli inferi, dove il macigno era già pronto.

Si è già capito che Sisifo è l’eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Il disprezzo per gli dei, l’odio contro la morte e la passione per la vita, gli hanno procurato l’indicibile supplizio, in cui tutto l’essere si adopra per nulla condurre a termine. È il prezzo che bisogna pagare per le passioni della terra. Nulla ci è detto su Sisifo all’inferno. I miti sono fatti perché l’immaginazione li animi. In quanto a quello di cui si tratta, vi si vede soltanto lo sforzo di un corpo teso nel sollevare l’enorme pietra, farla rotolare e aiutarla a salire una china cento volte ricominciata; si vede il volto contratto, la gota appiccicata contro la pietra, il soccorso portato da una spalla, che riceve il peso della massa coperta di creta, da un piede che la rincalza, la ripresa fatta a forza di braccia, la sicurezza tutta umana di due mani piene di terra. Al termine estremo di questo lungo sforzo, la cui misura è data dallo spazio senza cielo e dal tempo senza profondità, la meta è raggiunta. Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità.

Egli ridiscende il piano.

È durante questo ritorno che Sisifo mi interessa. Un volto che patisce tanto vicino alla pietra, e già pietra esso stesso! Vedo quell’uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest’ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest’ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino. È piú forte del suo macigno.

Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L’operaio d’oggi si affatica, ogni giorno della sua vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo.

Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia. Questa parola non è esagerata. Immagino ancora Sisifo che ritorna verso il suo macigno e, all’inizio, il dolore è in lui.

Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel cuore dell’uomo la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L’immenso cordoglio è troppo pesante da portare. Sono le nostre notti di Getsemani. Ma le verità schiaccianti soccombono per il fatto che vengono conosciute.

[…] In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte.

Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.

Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.

( Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 1972 )

 Nei Secoli dei Secoli

Una recessione che sembra non avere fine. Per l’Italia, ma anche per la parte rimanente del mondo occidentale. Non sorprende, quindi, che anche economisti cosiddetti ortodossi comincino a non pensare più in termini di fase del ben noto ciclo ‘crescita – crisi – ripresa – espansione’.

In un discorso tenuto al Fondo Monetario Internazionale nel novembre del 2013, Larry Summers (ex Segretario al Tesoro Americano – noto covo di marxisti e/o gufi) espresse chiaramente l’idea che fosse ora di ripensare una serie di concetti che sembravano ormai dimenticati, se mai presi in seria considerazione, e precisamente riassumibili come “stagnazione secolare”. Quest’espressione fu usata principalmente da Alvin Hansen per definire una tendenza alla crescita quasi nulla nelle economie di mercato mature, dovuta principalmente al diminuire di opportunità di investimento.

In un recente articolo apparso sul Financial Times, Summers fa notare come, malgrado l’enorme “bolla finanziaria” precedente la crisi del 2007-2009, non ci sia mai stato nessunboom reale nelle economie occidentali. Dice precisamente: “Neanche una così grande bolla è stata sufficiente a creare una reale crescita della domanda aggregata”. In un articolo successivo, Summers si spinge a suggerire che le forze della stagnazione sono ormai profondamente e stabilmente al “lavoro” (o tranquillamente in ozio, se volete) e che “la stagnazione si avvia a diventare la nuova condizione di stabilità o normalità” e che non si può più pensare a un ritorno a cosiddette normali politiche economiche per stimolare la crescita.

Le idee espresse da Summers furono riprese da Krugman in maniera alquanto brutale e diretta: “Una stagnazione secolare per un’economia non è giusto un temporaneo momento di crisi, ma diventa la norma, una condizione stabile”. In questa situazione, le bolle finanziarie sono necessarie giusto per mantenere l’economia sopra la linea di galleggiamento, o nelle parole di Krugman: “Adesso sappiamo che l’espansione economica verificatasi fra il 2003 e il 2007 era dovuta a una bolla finanziaria”.

In altri termini, è come se la crescita fosse una navicella incapace di sottrarsi alla forza gravitazionale rappresentata dalla stagnazione. Una forza così grande da rendere inefficace persino l’enorme bolla del mercato immobiliare precedente al 2007 nel creare una moderata (reale) crescita della domanda aggregata.

Fatto sta che né Krugman né Summers offrono una spiegazione storico-analitica delle ragioni della stagnazione secolare e si limitano a parlare di “trappola della liquidità” (una volta che i tassi di interesse si avvicinano allo zero è difficile stimolare l’economia riducendo ulteriormente i tassi – a questo proposito, qualcuno ricorderà Draghi e l’accenno all’introduzione di tassi negativi, che in termini pratici rappresentano un “balzello” sui capitali immobilizzati in attesa di migliori opportunità di investimento). Resta, comunque, quest’inquietudine di fondo, diffusa ormai anche fra ortodossi sostenitori dell’economia di mercato: “Hey Hey, My My, Stagnation is here to stay”.

Avendo a mia disposizione uno striminzito armamentario teorico, non posso fare altro che ricorrere al vecchio di Treviri e a qualche suo seguace per tentare una qualche forma di spiegazione. La chiave è sempre la stessa: l’accumulazione di capitale. In un vecchio, ma sempre attuale, testo di P. Sweezy, Il Capitale Monopolistico, si enuncia la teoria secondo cui al crescere delle grandi concentrazioni di capitale si oppone la scarsità di opportunità di investimenti profittevoli, il che genera un immenso ammasso di capitale inutilizzato (di qui la finanziarizzazione del capitale di cui abbiamo parlato più volte). Il circolo vizioso consiste in questo: meno investimenti – più disoccupazione – calo della domanda aggregata – più disoccupazione – meno investimenti… (continua).

A rendere il tutto tragicamente ridicolo o malvagio (dipende dai punti di vista) è l’aumentare della retorica su concorrenza, competitività, mercato, flessibilità, quando sono sotto gli occhi di tutti l’aumentare delle concentrazioni di capitale che rendono le multinazionali sempre più grandi e il fiorire di sacche monopolistiche sempre più estese. A ciò si accompagna lo strapotere del capitale finanziario che, allo stesso tempo, è costretto a diventare sempre più aggressivo perché conscio della propria fragilità, che può essere difesa solo controllando il potere politico, a sua volta costretto a garantirgli margini di operatività modificando le strutture normative in cui si trova a operare.

In sintesi: più l’economia diventa monopolistica, più forte diventa la tendenza alla stagnazione. Piccola parentesi non necessaria, ma non posso trattenermi: capirete che, di fronte a queste forze globali all’opera, una prima e immediata linea di difesa, imprescindibile e necessaria, diventa la riforma del Senato e della Costituzione (con ovviamente, dietro le quinte, le obbligate e necessarie riforme del mercato del lavoro, nonostante studi dell’OCSE abbiano ampiamente dimostrato che la flessibilità non crea occupazione, ma anche di questo abbiamo parlato). Di sicuro, però, queste riforme vanno nella direzione del campo libero al capitale finanziario e della concentrazione di capitale.

Paradossalmente la malattia che ci troviamo oggi a contrastare è quella di una società troppo ricca di capitale. Dallo scorbuto alla gotta, in termini medici. Non intendo entrare in tecnicismi o analisi di serie storiche e altri dati, perché il tutto diventerebbe noioso e troppo specifico. Voglio solo ricordare che parte di quest’analisi rivela come ci siano contraddizioni insanabili (e non da oggi), non risolvibili con politiche economiche, ma – volenti o nolenti – solo per via politica. Ad esempio, trasferimenti di ricchezza dalle classi agiate a quelle meno agiate agirebbero sulla domanda aggregata, perché notoriamente la propensione alla spesa è superiore nelle classi a reddito inferiore, ma le grandezze necessarie a smuovere questa immensa massa di capitale accentrata nelle mani di pochi sono tali che, a meno di sommovimenti epocali, poco o nulla cambia in termini di investimento-crescita (lo stesso vale in termini di tassazione, fatti salvi principi di equità nella redistribuzione del reddito).

Insomma, il capitale ha esteso in maniera così predominante il proprio dominio da rendersi inattaccabile, ma allo stesso tempo insensibile e oltre ogni forma di stimolo. Il motto “Marcia o Muori” diventa “Cresci o Muori”, dove la disgiunzione sembra essersi lentamente tramutata in una congiunzione: “Cresci e Muori”. Ad aumentare paradossi e contraddizioni contribuiscono i tentativi di introdurre regole, perché, a questo punto, sarebbe meglio dare sfogo agli istinti più animali del capitalismo, pur di smuovere questo lento spegnersi al quale sembra non esserci rimedio. In tutto ciò non bisogna dimenticare che quest’analisi è riferita esclusivamente al mondo occidentale, mentre nel resto del mondo operano tranquillamente gli schemi dei primordi del capitalismo: bassi salari, negazione dei diritti più elementari, sfruttamento intensivo della manodopera (eh già, le fabbriche ci sono ancora, e sono sempre gli stessi luoghi fatti di fatica e sudore).

Valeva la pena ricordare cose ormai note o volutamente dimenticate? Credo di sì, specialmente quando nel nostro Paese persone di indubbio valore e capacità (come Padoan, che si condividano o meno le sue posizioni) si uniscono al coro delle banalità retoriche di questa politica senza forza, dignità e spessore fatta di (e da) dilettanti o, peggio ancora, da mentitori seriali (prima di tutto a se stessi). Più volte, nel nostro blog, a questo tipo di analisi si è contrapposta la domanda: cosa fare? Qualche altra volta ancora la razionalità disincantata del “bisogna cominciare da qualche parte piuttosto che aspettare il migliore dei progetti possibili”. Sento di condividere, almeno parzialmente, quest’approccio che cerca una qualche concretizzazione di cambiamenti, ma vorrei ricordare che cambiamenti ci sono stati, basta guardare ai decenni passati (con esclusione degli ultimi due, in cui il cambiamento fondamentale è stato azzerare qualsiasi capacità reale di cambiamento reale, sostituito da battaglie contro “nemici ideali”, mentre passavano sotto silenzio le grandi trasformazioni mondiali).

So che molti (e qualcuno anche qui) confondono teoria e analisi con l’immobilismo e il dibattito fine a se stesso. Si tratta di passare dall’accumulazione senza fine a beneficio di pochi al giusto che basti a tutti. Non mi sembra un programma troppo radicale. In alternativa c’è sempre spazio per il comunismo quando è sera (e per le nottole).

Ho fatto i compiti a casa

In seguito alla richiesta della Merkel (in risposta allo sforamento francese e altri a seguire) ho deciso (solo per questa volta) di essere diligente e di completare i compiti per casa. Niente canarino morto, niente nonno malato, niente indigestione.

Vediamo un po’.

Partiamo da un articolo apparso qualche tempo fa su Le Monde Diplomatique (certamente non un bollettino ciclostilato in proprio dalla Mensa dei Bambini Proletari di Montesanto). L’autore è Serge Halimi (noto cugino di secondo grado di Leon, sì, quello là, il quarto nella fila). Cerco di riassumerlo in breve:

“La crisi economica, democratica europea solleva delle domande. Perché politiche destinate a fallire sono state applicate con eccezionale ferocia in Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia? È il frutto di un’insana pazzia che ha colpito gli estensori di queste politiche, raddoppiandone la dose ogni volta che la loro medicina fallisce lo scopo per il quale era stata prescritta? Com’è possibile che, in sistemi democratici, il popolo è forzato ad accettare tagli e ristrettezze semplicemente sostituendo un governo che ha fallito miseramente con un altro e ripetendo lo stesso insano trattamento? Ci sono alternative? La risposta alla prima questione è chiara, basta dimenticare per un attimo tutta la propaganda basata sul “pubblico interesse”, “valori comuni dell’Europa” e “siamo tutti nella stessa barca”. Le politiche di austerità sono razionali e non improvvisate e stanno raggiungendo il loro obiettivo. Ma l’obiettivo non è la fine della crisi economica e finanziaria, è su chi ne raccoglierà i ricchi frutti”.

Halimi rileva che ciò cui siamo di fronte non è un “dibattito tecnico-finanziario, ma una battaglia politica e sociale”. A dirla tutta, il soggetto della discussione è tecnico, ma nel senso che, senza una teoria interpretativa della situazione, è difficile riuscire a darne una spiegazione. Senza una teoria da applicare, siamo senza armi di difesa e la teoria “del mercato” regnerà sovrana insieme all’accettazione supina degli eventi, che accadono perché non possono far altro che accadere. Quasi sempre, nelle democrazie di tipo occidentale, ciò che impedisce la comprensione degli eventi non è la mancanza, ma la marea di informazioni che ci sommerge. Ognuno ha un’interpretazione della crisi e spesso, se non sempre, esse sono in contraddizione fra loro, e, del resto, come potrebbero finanzieri e sindacati non avere opinioni diverse? Questo crea il “casino confusionale” della democrazia che il buon Rumssfeld soleva citare con il suo “ci sono fatti che si crede di conoscere”. È la natura umana. Senza controllo siamo condannati allo sperpero (con buona pace dell’agente razionale sul mercato quando fa comodo – ma lasciamo stare le nostalgie tardo-marxiste). Guardiamo alla Grecia. Fannulloni perennemente in ozio, evasori fiscali, pensioni in età da asilo nido. E ci meravigliamo che siano in crisi e senza soldi? Per quanto riguarda la crisi generale in Europa, la colpa è ovviamente di chi ebbe l’idea dell’unione. Insomma, alla fine il degrado delle condizioni di vita di 500 milioni di persone è colpa delle stesse popolazioni che soffrono.

Esempi?

L’ottimo professore di Economia (senza Politica) Hans-Joachim Voth dell’Università di Barcellona scrive sul Financial Times (FT) a proposito della Grecia:

“Uno stato europeo senza un catasto, senza un apparato di controllo fiscale e senza un processo politico responsabile della spesa pubblica ha bisogno di tutta la pressione esterna possibile per incrementare il potere di controllo dello stato. L’evidenza economica dei fatti è incontrovertibile: più ampio ed efficiente l’apparato statale di controllo, maggiore il PIL. La pressione esercitata per aumentare la capacità di controllo dello stato per diventare uno stato adulto è ciò che la Germania e l’Unione Europea stanno fornendo alla Grecia, e per di più senza costi (sic…)”.

Ancora, Gideon Rachman, editorialista del FT, a proposito della crisi europea:

“È necessario capire che l’origine della crisi attuale è basata sul sogno dell’unione politica dell’Europa. L’unione monetaria era solo un mezzo a tal fine nei progetti dei padri “sognatori”. Kohl era così convinto della necessità di legare il destino della Germania nuovamente unita all’Unione Europea che era pronto ad andare avanti con l’euro nonostante l’opposizione dell’80% del pubblico tedesco. In un seminario a Londra, J. Fischer, ex-ministro degli Esteri tedesco, ha difeso questa visione elitista della politica. Ha ribadito più volte che le più importanti decisioni di politica estera tedesca sono state prese nonostante l’opposizione e il disaccordo popolare. “Si chiama leadership”, ha spiegato”.

Ora, proviamo a domandarci se tutto questo sembra plausibile. Se l’evidenza economica a proposito dell’apparato statale fosse così indiscutibile nell’influenzare la crescita del PIL, perché, ad esempio, i Repubblicani negli US e i Tories in UK continuano ad insistere (e ad attuare) riduzioni sempre più ampie dell’apparato statale? Ma c’è una domanda più importante. Chi sono le Élites Europee? Qual è il loro interesse comune? Perché dovrebbero avere interesse a unire uno Stato senza catasto e controlli fiscali efficienti a uno Stato così bene organizzato come quello tedesco? E come possono (o hanno potuto) portare a termine processi politici nonostante il disaccordo dell’elettorato?

Molte delle opinioni sulle ragioni della crisi contengono un elemento di verità, ma per capirne le ragioni bisogna andare al cuore della questione. E al centro delle ragioni della crisi in Europa c’è la caduta del saggio di profitto in US e in Europa Occidentale. Le ragioni per questo sono complesse e le tralascio per il momento. Il punto è che la caduta del saggio di profitto è un fatto. È una realtà oggettiva. Il saggio di profitto è la fonte della creazione di nuova ricchezza, la sua diminuzione riduce, ovviamente, il totale complessivo creato nel mondo occidentale. Questa caduta è il risultato di un processo che da tendenza si è poi tramutata in un fatto. A metà degli anni ’70, dopo la caduta del regime di Bretton Woods (cambi fissi), questa tendenza si è rivelata in tutta la sua forza ed è diventata un fenomeno dominante (e inarrestabile). Quello che va notato è che la diminuzione in termini totali del PIL non ha niente a che vedere con la sua distribuzione. La ricchezza totale di un Paese può diminuire, ma la parte di cui una classe particolare può appropriarsi può tranquillamente crescere (vedi Piketty con tutti i distinguo del caso). In maniera molto semplice, tutto si riduce nel pagare di meno (in termini sociali). Negli US questo è stato realizzato a livello pubblico e privato, riducendo le tasse, tagliando la spesa pubblica e riducendo i salari. Il meccanismo è semplice: riduci i salari (prima appropriazione di una maggiore fetta) e, poiché i salari sono diminuiti, la produttività sale (seconda appropriazione). Per chi avesse perplessità, ricordo che la produttività è misurata dal rapporto unità prodotta/unità di lavoro necessario (misurata dai salari). Una piccola prova di ciò è data da un articolo del FT: “Biden richiede un’azione urgente sulla stagnazione dei salari (Biden era in carico della task force di Obama sulla difesa della classe media):

“Biden rileva che nell’ultimo ciclo economico prima della crisi – 2001-2007 – per la prima volta nella storia dell’economia statunitense il valore del reddito medio non è variato, ma è restato esattamente ai valori di inizio ciclo. Eppure, nello stesso periodo, la crescita in produttività, che abitualmente si riversa in parte nella crescita dei salari, ha raggiunto livelli mai visti prima. Biden ha dichiarato che l’amministrazione americana non ha ancora deciso come comportarsi di fronte ad un problema che molti economisti ritengono essere ora strutturale nell’economia statunitense”.

Da rilevare che la caduta o stagnazione dei salari comincia in realtà a metà degli anni ’70. La mediana della distribuzione reale dei salari americani non cresce dal 1975. E per non dimenticare la Thatcher, contraltare di Regan in UK, molti salari, in termini reali, sono inferiori ai valori di fine anni ’70.

E l’Europa? L’Europa aveva organizzazioni sindacali troppo forti per realizzare i tagli effettuati negli US. Ora cosa faremmo, se noi fossimo il “Capitale” europeo, avendo l’obiettivo di incrementare la nostra porzione di appropriazione della ricchezza totale in presenza della caduta del saggio di profitto? Semplice: per ridurre i salari potremmo, come in Germania, importare lavoratori turchi, meno costosi e più “maneggevoli”. Ma c’è un limite a questa importazione: non tutti i lavoratori tedeschi possono essere sostituiti da turchi. C’è qualcosa di più strutturale che poteva essere fatto? Certo. Creare l’Unione Europea. Il suo scopo? Immettere lavoro meno caro nel circuito produttivo e, allo stesso tempo, creare i “turchi” all’interno dell’Unione (una volta esaurito l’apporto delle nazioni aggregatesi).

Ho fatto i compiti, Cancelliere: non mi avete convinto.