Sala Macchine (Archivio Transiberiano) 4

Nemmeno Pitagora

Più volte ho parlato della perdita della parola “Politica” in aggiunta a Economia. Il mio post precedente era essenzialmente di carattere “economico”, ma dov’è la Politica? O meglio dov’è la “Forza”? La Levatrice della Storia.

Abbiamo bisogno di riguardare un po’ di Geometria. Tutti (non so dopo la Gelmini, ma mi sembra ragionevolmente accettabile presumerlo) conoscono il teorema di Pitagora e sanno che l’ipotenusa è minore della somma dei lati che congiunge ai vertici opposti. Indiscutibile, vero? Non proprio.

Vediamo un po’ cosa succede alla FoxConn (l’industria che produce per Apple – se avete voglia e tempo, andate su Google e metterete insieme un campionario di orrori in 0,06 secondi, o meno).

Nel training iniziale, ai neoassunti viene spiegato che, per andare da un angolo all’altro di uno dei locali in cui vengono assemblati gli i-xxxx, devono spostarsi lungo le mura e non attraversare diagonalmente lo spazio. Ora, in molti casi l’istruzione è ridondante, se lo spazio è occupato da macchinari, ma, nel caso in cui ci sia lo spazio libero, perché dare questa istruzione come tassativa? Ecco irrompere la Forza. Perché non devono assumere nessuna iniziativa, non sono lì per pensare, ma per eseguire istruzioni come robot. Non sono ammesse scorciatoie, di pensiero o passeggio. “Fa’ come ti è stato detto”. Da notare che la FoxConn ha un alto tasso di suicidi tra i lavoratori, insomma alla Hemingway (con leggere varianti):

…e i non piegati verranno distrutti,

la Apple colpisce i più umili, i meno pagati, i senza diritti,

con imparzialità

Questo spiega in parte la giusta domanda di Heiner sul perché piegare i lavoratori europei, se i cinesi sono disponibili. Perché possono solo migliorare le loro condizioni, sono ancora schiavi per l’uso della forza, non schiavi con l’illusione di essere liberi. Potenzialmente rappresentano un pericolo; in Europa, invece, c’è un serbatoio di manodopera superqualificata che ha interiorizzato quello che si chiamava ‘il sistema fabbrica’ e che ha ancora l’illusione di poter (ri)-avere le garanzie e i diritti per cui ha lottato così duramente. Ma c’è anche un’altra ragione. A livello tecnico, le regioni emergenti del sud-est asiatico, ivi inclusa la Cina, non sono, per il momento, in grado di competere nel produrre componenti e macchinari ad alta tecnologia, che rappresentano il punto di forza del Mittelstand tedesco. Questo non è in contraddizione con la mia analisi dell’arretratezza della piccola e media impresa tedesca, una volta che ci si ricordi della debolezza del capitale italiano e delle cose che dirò più avanti.

Ma torniamo all’Europa e riprendiamo ciò che è avvenuto in Grecia all’apice della crisi. Ho scritto nel post precedente che l’Europa, o meglio, l’Unione Europea era la risposta alla caduta del saggio di profitto. Contrastare questa tendenza era l’obiettivo, l’Unione Europea il mezzo per raggiungerlo.

Ora, considerata la frammentazione culturale e politica dell’Europa, creare un organismo di governo capace di sovrastare e contrastare (nonché controllare ed indirizzare) i vari stati europei mica era roba da poco. L’idea stessa dà il senso della forza necessaria per attuarne la realizzazione. Questa forza è il capitale e “il governo democratico” del processo non è altro che la sua manifestazione. L’intensità di questa forza è legata alle visioni, agende e modo di operare dipendente dalle condizioni locali, mentre la direzione della forza è fissa (e stabilita dal capitale) e richiede un sistema sociale omogeneo.

Come ho detto, la Grecia è il caso ideale per illustrare questo processo.

Quando fu chiesto alla popolazione greca di unirsi all’UE, l’entusiasmo fu enorme. Finalmente, la Grecia era arrivata nel posto che le competeva. La dittatura era finita e il Paese in cui il concetto stesso di democrazia politica era nato poteva finalmente tornare al posto che le spettava quasi per diritto. Ora, quando le misure draconiane imposte dall’UE furono attuate, sconvolgendo la vita di quel Paese, non c’era nessuna soluzione possibile se non una sommossa popolare e la caduta violenta del governo. Ma questo non poteva accadere: la Grecia è, adesso, una “democrazia”.

Tento di spiegarmi meglio. Il passo seguente è tratto dal NYT (estate del 2011), ai tempi delle prime misure restrittive adottate dal governo greco:

“I mercati sono entusiasti e i leader europei hanno salutato con soddisfazione l’approvazione di una delle più radicali riforme dell’economia greca sin da quando la democrazia è stata ripristinata nel Paese”.

Peccato che le foto che accompagnavano l’articolo mostravano sommosse nelle strade.

Ma ricordatevi di quando parlavo di Kohl e dello scontento dell’80% della popolazione tedesca. Si tratta semplicemente di leadership e dell’ormai supina accettazione delle informazioni che ci vengono propinate anche se in contraddizione con i fatti. L’esatta rappresentazione dei fatti può essere raggiunta con una piccola inversione della frase del NYT:

“Proprio perché la democrazia è stata ripristinata, è stata possibile la più grande riforma economica del Paese al servizio del capitale finanziario”.

Paradossalmente, con i colonnelli al potere e la Grecia fuori dall’EU, quella riforma non sarebbe mai avvenuta. Stabilire la democrazia in Grecia era il passo necessario per procedere lungo la via di istituzioni formalmente democratiche e disegnate al solo scopo di servire gli interessi del grande capitale finanziario.

Ritorniamo al quadro generale del perché l’EU.

Germania e Francia erano le nazioni guida del processo mentre l’Italia, il Belgio e le altre nazioni svolgevano un ruolo di supporto. Le nazioni periferiche come Grecia, Irlanda, insieme ai lavoratori tutti, erano l’obiettivo. In un’Europa integrata, gli industriali tedeschi potevano produrre beni e macchinari con i salari greci e, come se non bastasse, usando la minaccia di lavoro a basso costo proveniente dalla (riunificata) ex-Germania dell’Est, quegli stessi magnifici capitani d’industria furono messi in grado di ridurre i salari tedeschi del 20%. Questo permise di fissare il tasso di cambio dell’Euro ad un livello convenientemente basso, aiutando le esportazioni e i relativi profitti. Ah, dimenticavo: in realtà, è successo grazie alla forza della Germania, alla sua capacità di guida dell’EU e alla sua incredibile competitività.

Ma non finisce qui. La democrazia ha il suo prezzo e come osavano i Greci crogiolarsi nel loro sistema pensionistico ed educativo? Da una lettera di un cittadino britannico:

“In quanto contribuente e quindi indirettamente finanziatore (attraverso il FMI) del bilancio dello Stato greco, sono oltremodo indignato nello scoprire che gli studenti greci hanno costituzionalmente diritto ad una Università senza tasse e che il tempo medio per il conseguimento della laurea è di 7 anni. Gli studenti britannici pagano in media 9000 sterline l’anno in tasse d’iscrizione. La Grecia ha ricevuto il nostro denaro e ha bisogno di un cambio di mentalità. Niente è gratis, o altrimenti che vadano in rovina”.

Questo non è valido solo per la Grecia, ma per la Spagna, il Portogallo e l’Italia. La festa è finita. Bisogna pagare il conto. Conseguentemente le istituzioni democratiche devono consegnare, ben incaprettate, le popolazioni al capitale finanziario, e ogni ostacolo che si intromette all’espansione del capitale deve essere smantellato senza riguardo per nessuno.

Le armi sono sempre le stesse; leggendo FT e la stampa finanziaria internazionale, si notano contraddizioni, nel caso del nostro Paese. Infatti, si dice che la struttura del bilancio dello Stato è solida, il sistema bancario meno fragile paragonato ad altre nazioni fino a che le misure “suggerite” per il risanamento sono adottate, ma guai a sgarrare. In brevissimo tempo, i rating creditizi cadranno, lo spread s’involerà, nessuno comprerà più titoli di Stato forzando la nazione (la nostra e tutte le altre che non si piegheranno) al fallimento.

Come evitare tutto questo? Semplice: tutte le misure imposte e richieste dall’UE devono essere adottate, in particolare la riforma del mercato del lavoro e del sistema pensionistico.

Dietro tutto questo si cela l’uso della forza “democratica” delle istituzioni europee. La forza è incompatibile con la libertà su cui dovrebbe essere fondata la presunta democrazia nelle nostre istituzioni. Libertà è la possibilità di scegliere fra diverse alternative. La forza presuppone l’assenza di alternative, per cui, molto semplicemente, se non ci sono alternative, dobbiamo assumere che siamo di fronte all’uso della forza e all’assenza di libertà.

Eppure i nostri governi sono democraticamente eletti. Nessuno dubita della nostra libertà di voto. Eppure continuiamo a votare per forze politiche che vanno scientemente contro gli interessi delle popolazioni che rappresentano. Com’è possibile?

Una prima spiegazione potrebbe essere quella basata sulla corruzione del ceto politico che, per quanto in parte reale, non spiega come gli stessi politici prendano decisioni alla luce del sole che mettono a rischio la loro posizione. Non a caso oggi si parla delle riforme di destra attuate da un governo di centrosinistra. Si tratta di una perversione della politica? No, è l’attuazione della democrazia politica asservita al capitale finanziario.

Pensate per un attimo a Platone, Socrate e Aristotele. Tutti e tre non consideravano la democrazia una forma di governo non adatta alle masse. Anzi, per essere più precisi, leggendo i loro scritti è pressoché impossibile capire che la democrazia greca era basata sullo schiavismo. Il “popolo” e la democrazia riguardavano solo i cittadini. Gli schiavi erano oggetti, non popolo. O vogliamo parlare dell’ironia della costituzione americana: “Noi, il popolo….” e i neri? No, non erano popolo ed è abbastanza triste leggere le proporzioni assegnate per il voto negli Stati del Sud per favorire i proprietari di piantagioni, che valutavano un nero 3/5 di un bianco in termini di voti assegnati agli stessi proprietari di schiavi. O vogliamo parlare del voto alle donne (in Svizzera, la magnifica Svizzera, raggiunsero il voto, se ricordo bene, solo nel 1971). Quale popolo? L’UE è non solo un mezzo per contrastare la caduta del saggio di profitto, ma un complesso progetto di ingegneria sociale al servizio del capitale finanziario.