Sala Macchine (Archivio Transiberiano) 5

CHIODO E MARTELLO (IL COMUNISMO NEL XXI SECOLO)

Si parla tanto di secolarizzazione, scristianizzazione, laicità, ma, in realtà, si è sostituito un dio-fuori-dal-mondo con un-dio-nel-mondo. L’economia è la nuova religione. Le parole magiche crescita, progresso,tecnica sono la nuova trinità. La tecnica garantisce il progresso, il progresso si misura con la crescita, ma anche viceversa: la crescita ci informa e ci rassicura che il progresso avanza.

Se il progresso è alla base dell’economia, l’economia è a sua volta necessaria per convalidare il progresso. Senza un sistema di prezzi, sarebbe impossibile stabilire un parametro come il PIL pro capite e, senza l’aumento del PIL, cosa potrebbe convincere la gente che le sorti dell’umanità stanno migliorando? Tutti gli altri parametri sono opinabili e soggettivi, ma il PIL no. Il PIL è misurabile. Una religione che si traveste da scienza e che, con un ribaltamento dialettico stupefacente, in un circolo vizioso, indimostrabile (come nelle funzioni di verità, da una premessa falsa tutte le proposizioni deducibili sono vere), afferma: c’è progresso perché c’è crescita, c’è crescita perché c’è progresso (purché sia misurato da un sistema dei prezzi). Ma c’è un ma… L’economia è un’invenzione storica e, come diceva Gramsci, “la Storia insegna, ma non ha alunni”.

Per partire di nuovo, forse “ciò di cui avremmo realmente bisogno – ha scritto Derk Rasmussen – sarebbe un movimento per l’ateismo economico, un’onda lunga d’incredulità».

Come mi è capitato di scrivere in maniera frammentaria, ciò che veramente interessa alle oligarchie finanziarie è la riscrittura delle regole. Non hanno bisogno di convincerci che la crescita del PIL sia necessaria, che vadano fatti sacrifici per permettere al PIL di crescere, né di convincerci ad accettare come denaro qualsiasi nuova forma sottoscriveremo di obbligazione debitoria. Il passo finale (con un po’ di melodrammaticità) è tatuarci un codice a barre comprensivo degli interessi che i nostri figli dovranno pagare, quando saremo trapassati, in cambio del permesso di averci lasciato vivere e indebitare. Curiosamente, nella piccola micro-economia quotidiana ci sono dei piccoli cambiamenti, così piccoli (e così convenienti), in cui il capitalismo ha già superato la forma della proprietà privata. In un tempo non molto lontano, all’acquisto di un’auto, una casa, uno stereo, un telefonino, si accusavano quei poveretti degli acquirenti d’essersi venduta l’anima al consumismo, alla gioia di possedere persino ciò di cui non avevano bisogno.

Oggi, però, non è più necessario, perché nascono i mutui per il pagamento dei soli interessi. Paghi per tutta la vita, e con la tua vita, il capitale su cui hai pagato gli interessi, più gli interessi sulla tua vita, che hai assicurato per restituire quel capitale che non è mai stato tuo, ma hai potuto usare: è la vittoria del valore d’uso sul valore di scambio! O la morte totale di ogni valore d’uso, la cui esistenza è permessa solo grazie all’esistenza di un valore di scambio, non più esaurito in una sola transazione. Anzi, resta una sola transazione, ma dura tutta la vita. La lavatrice, i mobili, l’auto: tutto può essere usato (non c’è più bisogno di possedere) in cambio del pagamento di interessi su quello che ormai è un unico immenso capitale.

Oh, certo che il comunismo era la fase successiva al capitalismo. La svista (piccola) consiste nel fatto che si è cancellata la proprietà privata e instaurato il comunismo del capitale. “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo credit score“.

“Quando si ha un martello nella testa, si ha la tendenza a vedere tutti i problemi sotto forma di chiodo” (M. Twain), versione nobile della barzelletta che, tristemente, riassume la trattativa di Tsipras in Europa:

– Papà, per quanto tempo devo continuare a girare in tondo?

– Stai zitto, altrimenti ti inchiodo pure l’altro piede!

Le analisi della struttura economica sono importanti per capire le macrovariabili che hanno portato ai cambiamenti, ma non è nell’economia che riusciremo a trovare la soluzione per uscire dalla crisi e dalla sempre maggiore diseguaglianza sociale (e parlo delle opportunità in piena sintonia con gli amanti del “mercato”). E qui si torna, invariabilmente, al primato della politica, la cui dignità (nel senso astratto, generale) è stata abilmente trascinata nel fango al fine di avere una massa sempre più imponente di disaffezionati che della politica percepiscono solo l’inutilità (della partecipazione) o il livello di comitato d’affari cui, lo sanno benissimo, non saranno mai invitati.

Si tratta, come ho già scritto, di ripartire dalla democrazia con la d minuscola e dalla politica con la pminuscola. Quella di tutti i giorni, basata sull’esempio, sul ristabilire il valore del senso di comunità, ma anche sulla disponibilità a pagare i prezzi necessari. Non si tratta di trovare eroi pronti al martirio o al sacrificio personale: si tratta di far capire che opporsi a pratiche aberranti è l’esercizio di un sano egoismo e non di un purissimo altruismo. Non ci interessa costruire la sinistra dei puri e duri, ma quella degli egoisti intelligenti. Lo so, è facile parlare (o scrivere), ma se ogni giorno non ricominciamo daccapo, con pazienza infinita, a rispiegare il perché e il percome di ciò che succede e ciò che si dovrebbe fare, gli imbonitori non avranno nemmeno bisogno di essere astuti nel convincerci che ciò che accade è per il nostro bene, ma si limiteranno a un ammiccamento appena accennato e, come cagnolini ben addestrati, ci metteremo seduti, riconoscenti e pronti a essere imboccati.

Nota finale. Tutto lo sproloquio poteva essere facilmente riassunto con una citazione del buon, caro, vecchio bardo di Treviri:

Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato (Il Capitale, libro I, cap. XXI),

dove per operaio salariato (notate che Marx non fa distinzione fra contratti a tempo indeterminato e determinato) s’intende dall’operaio all’ingegnere.

Quel che ho cercato di fare (non mi pronuncio sul risultato) è trovare un modo per spiegarlo senza costringervi a leggere tutto il Capitale.

 

“DUMBING DOWN”

Il mio interesse (e la scoperta) verso il fenomeno del “dumbing down” risale a più di una decina di anni fa. Ero in un supermercato “Tesco” nella interminabile isola delle patatine fritte (credetemi, generalmente almeno una decina di metri lineari). La mia attenzione fu attratta da una confezione della Walker (marchio dominante) con la foto di una sola patatina, nettamente diversa dalle altre che mostravano la più o meno solita cascata di oro giallo e croccante. Nel maneggiare la confezione noto un asterisco vicino all’immagine. Cerco la nota esplicativa e leggo: “not actual size” (dimensione non reale). Tralascio di descrivere risata e conseguente pensiero sull’irreversibile processo di “decrescita infelice” dei cervelli degli isolani. Pensavo si trattasse di un episodio isolato, prodotto da qualche esperto di marketing finito in precedenza in bancarotta in seguito ad azioni legali di massa per aver promesso chissà cosa. Qualche settimana dopo compriamo una confezione di tiramisù (curiosità senza grosse aspettative). Mosso da dubbi (più che leciti) sugli ingredienti, tipo schiuma da barba usata al posto del mascarpone, sollevo la confezione per leggere l’etichetta e leggo: “Do not turn upside down” (non capovolgere). In compenso non c’era la scritta: “leggere le istruzioni sul fondo prima di consumare”. A questo punto comincia l’investigazione sistematica. Una breve rassegna.

  • Ferro per stirare i capelli: avvertenza a scelta, “solo per uso esterno”, ”attenzione può bruciare gli occhi”,
  • Asciugacapelli: “non usare mentre si dorme”;
  • Tavoletta di cioccolata in forma di cd: “non inserire in nessun tipo di apparecchiatura elettronica”;
  • Bagno pubblico, avviso sopra la tazza: “attenzione acqua riciclata, non potabile”;
  • Parastinchi per ciclisti: “attenzione questi parastinchi non proteggono altre parti del corpo;
  • Schermo parasole per auto in sosta: “non guidare con lo schermo piazzato sul parabrezza;
  • Avviso su aiuola abbellita con sassi: “mangiare sassi potrebbe indurre la rottura dei denti;
  • Cartolina di auguri prestampata “Felice Primo Compleanno”: “non adatta a bambini di età inferiore a 36 mesi”;
  • Specchietto per motociclista montato sul casco con scritta: “ricorda che gli oggetti riflessi sullo specchio sono dietro di te”;
  • Passeggino pieghevole: “attenzione, rimuovere il bimbo prima di piegare”;
  • Confezione di pillole per dolori premestruali: “attenzione, non usare in presenza di problemi alla prostata;
  • Sciroppo per la tosse per bambini:” non guidare o usare macchinari dopo l’ingestione. Può causare sonnolenza”.

Mi fermo qui, ma l’elenco è piuttosto lungo ed ogni giorno ne inventano una nuova.

Torno serio.

Il dumbing down prima che fosse coniato il termine è stato studiato abbondandemente negli USA sotto la categoria “anti-intellettualismo” (se qualcuno trova già adesso analogie con i professoroni ed i gufi siete prevenuti anche se avete ragione).

Una delle descrizioni più accurate di questo fenomeno è stata scritta da Asimov: “C’è un culto dell’ignoranza negli USA e c’è sempre stato. Una sorta di convinzione strisciante che si è fatta spazio nella nostra vita politica e culturale alimentata dalla nozione mistificatrice che democrazia significhi che la mia ignoranza ha lo stesso valore della tua conoscenza”.

Questo molto prima che ci fossero i “social media” in cui ognuno si sente titolato non ad esprimere la propria opinione ma il proprio giudizio (pretendere la comprensione della differenza tra i due termini significherebbe l’assenza del fenomeno del “dumbing down”).

Una conseguenza di questa situazione in cui chiunque comprende, esprime e propone soluzioni su qualsivoglia materia, estremamente utile per la “politica” (meglio, per coloro che detengono il potere) è che acquisire “conoscenza” non sia una cosa utile di per sé fino ad arrivare all’aberrazione di considerare le persone genericamente “di cultura” come quelle di cui essere sospettosi e quasi sempre con secondi fini.

Anche qui potremmo trovare qualche somiglianza, ma, lasciamo stare.

Siamo passati (parlando degli USA, ma anche qui da noi c’è poca differenza, abbondano i tecnici ma guai a chiamare qualcuno intellettuale o professore) dalla Casa Bianca di John Kennedy (senza nessuna intenzione di alimentare un mito ma solo di descrivere un clima) stracolma dei migliori intellettuali dell’epoca alla Casa Bianca di Bush ed il suo “folks” (la “gente”).

Da notare, a questo punto, a proposito delle “avvertenze” sopra citate che la perversione di questo processo consiste nel fatto che gli autori delle “note esplicative” pensano di facilitare la vita a degli “stupidi” senza rendersi conto che loro sono il prodotto primario di quella stupidità.

La trasformazione della scuola, motivata dall’urgenza di mettere i giovani in grado di trovare lavoro (curiosa catena causale come se la scuola fosse la causa della disoccupazione e non un altro dei modi delle imprese di scaricare i loro costi sulla società, ma questo è possibile proprio grazie alla scomparsa totale del pensiero critico dall’insegnamento) è stata una delle prime, profonde trasformazioni operate da quello che è un progetto partito da lontano. Non a caso le prime vittime nell’insegnamento sono state le materie “inutili” storia, geografia, filosofia e le scienze ridotte a manuali di tecniche risolutive (che poi non si sappia come definire un problema è cosa che riguarda solo le ristrette élites). A questo mutamento corrisponde la crescita di un’orda, di branchi sempre più ampi di comportamenti sempre più uniformi alimentati dal proliferare di programmi televisivi tutti uguali e sempre più ammantati dalla parola “realtà”. Così le parole d’ordine del neoliberalismo, del non siamo tutti uguali, l’esaltazione delle differenze, il merito, la competizione, la libertà di scelta producono esattamente il loro contrario: lo stampo in serie di macchinette per il consumo a cui l’unica libertà di scelta è la proposta di marchi diversi che fanno capo tutti allo stesso produttore.

Una osservazione “triviale” che mi capita di fare ma che comunque rende bene il cambio di percezione del “pubblico” rispetto agli “intellettuali” è il passaggio da “come parla bene!” (sottintendeva, “non ho capito niente per cui doveva essere qualcosa di importante”) a “quello sì che parla chiaro!” (che sottintende “deve dire per forza delle cose vere giacchè le avrei dette anch’io allo stesso modo”). Quello che non è cambiato è comunque la separazione tra lo spazio delle cose su cui si pensa di poter incidere e quello delle cose al di fuori del proprio raggio d’azione (per cui si delegava a chi ne aveva le competenze). L’unica differenza è che adesso le cose al di fuori della nostra portata non ci interessano poiché le soluzioni proposte sono le stesse a cui avremmo pensato noi per cui, grazie tante, c’è chi se ne occupa e gli siamo anche grati.

In questo processo, va ricordato, le responsabilità del ceto negletto e vituperato, gli intellettuali, sono, però, enormi. In un lento e quasi invisibile processo, tutti si sono ritirati da attività di impegno diretto, per mancanza di coraggio o convinzioni, poco importa. Adesso la trasformazione è profonda e non sarà facile recuperare.

Non ha contribuito a rendere più semplice la situazione la “professionalizzazione” degli intellettuali. Il proliferare delle discipline, delle specializzazioni è la situazione speculare delle operazioni plurimarca a base del marketing delle multinazionali. Vogliamo ad esempio parlare della Filosofia (per mantenerci sulla più astratta delle professioni intellettuali)? Sono certo che Hegel alla domanda: “lei che di professione fa il filosofo….” avrebbe, nella migliore delle ipotesi, sgranato gli occhi. Si producono centinaia di studi critici, revisioni, comparazioni, colate laviche di articoli per riviste specializzate per giustificare cattedre, promozioni e posti al calduccio nelle aule universitarie. Credo che la lista degli insegnamenti di Filosofia con qualche specificazione a seguire sia abbastanza lunga. Per non parlare delle specializzazioni su periodi storici sempre più brevi o definiti geograficamente. Per molto tempo la Filosofia si è dispiegata come una sorta di continuum (generalizzo lo so) di pensieri che si confrontavano con chi li aveva preceduti come se si volesse trovare “la chiave” o “la spiegazione”, oggi è più probabile che la ricerca sia incentrata su come passare da straordinario ad ordinario (tralasciamo i ricercatori). In tutto questo gli studenti, sono come la sabbia nelle mutande di cui parlava Heiner, anzi gli studenti sono le mutande che impediscono il grido ingenuo: “Il professore è nudo!”. Gli studenti da fine diventano mezzi (di sostentamento per i cattedratici).

Lamentarsi delle trasformazioni e convincere il “pubblico” a riprendere l’impegno nella sfera pubblica è un pò come convincere qualcuno, prima di un viaggio a mare, che non è importante saper nuotare e poi gridargli: “buttati a mare se vuoi salvarti”. Di certo se fossi io il destinatario di quel grido vorrei avere la soddisfazione di calargli un calcio nei denti sussurrando “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio:e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

PS Nota a memoria per una possibile ricerca: Riscrivere Weber come “Il lavoro intellettuale come mestiere”.

 

NON PER “PARTITO” PRESO

 

Cerco di mettere ordine tra le cose sparse scritte sul blog. È un po’ che insisto sul ruolo fondamentale del Parlamento (il diritto) come strumento per riprendere in mano i nostri destini. Tormentata la comunità del blog per lungo tempo sul perché la critica dell’economia (e la presa di coscienza che la teoria dominante non ha nessuna ragione per essere l’unica) sia fondamentale per ricominciare a ragionare, vorrei essere più chiaro sui percorsi tortuosi del mio ragionare. Un elemento che sfugge a molti, quando si parla di Teoria Economica, è il “sistema legale”, il “diritto” teorizzato, praticato e applicato nei Paesi in cui il pensiero neoclassico (oggi conosciuto come neoliberismo) si è sviluppato. Infatti, teorie che contemplavano il conflitto come arma risolutrice o possibilità di cambiamento sono nate, invece, in Paesi in cui il sistema del diritto prevedeva un altro impianto, e particolarmente in Europa, come, ad es., Marx.

La contrapposizione fra i sistemi giuridici anglosassoni e quelli di impianto (per generalizzare) tedesco-francese si può sintetizzare con “Common Law” e “Civil Law”. Non entro nel merito: riassumiamo semplicemente la prima con “le sentenze dei giudici fanno testo” e la seconda con “le sentenze dei giudici devono conformarsi ai codici”. Piccole ricerche su google vi offriranno ampia informazione. Ora mi premono queste domande: è un caso che economisti come Hayek siano convinti della superiorità – o maggiore compatibilità – del sistema della “Common Law” nell’adattarsi alle regole dell’economia di mercato? Ed è un caso che molti economisti si siano preoccupati di mettere insieme una mole imponente di dati per dimostrare che i Paesi in cui il sistema del diritto è basato sulla “Common Law” siano quelli dove il mercato si è sviluppato al meglio, ivi incluso l’azionariato di massa, e, punto più importante, che questi Paesi siano quelli che hanno conosciuto una rapida e maggiore crescita economica?

E, infine, è sempre un caso che Weber ponesse l’accento sulla “leggi razionali”, sul “diritto” come elemento fondamentale per garantire che operassero le condizioni di prevedibilità e certezza sempre delle regole del mercato?

Certamente no.

Si tace, infatti, il dato che le più grandi crisi (e frodi) siano partite dal Paese (USA) dove la “Common Law” è imperante (per non andare troppo indietro nel tempo, direi da Enron ai subprime per approdare al robo-signing sugli sfratti di cui ho parlato tempo fa).

Ma il punto chiave è un altro: l’intreccio fra “diritto” ed “economia”. Perché ci sia una “buona” economia, è necessario un “buon” diritto”, e il “buon”diritto” nasce solo dove esiste una “buona” economia. Se pensavate che il mainstream si limitasse solo all’economia (ma non lo pensate, vero?), vi siete pesantemente distratti. Progetti come il TTIP possono essere ideati solo in Paesi in cui il pensiero “legale” si forma sulla “Common law”, come gli USA. Credo sia impensabile per qualcuno formato nell’Europa Continentale dare diritto a una multinazionale di agire contro uno Stato “Sovrano” (non più tanto). Ovviamente storicizzo, perché oggi la diffusione è tale che i nostri “esperti” valutano e decidono senza porsi nemmeno per un momento questioni pregiudiziali come la “fondatezza di una norma” (quando discutono gli accordi economici delle multinazionali, della Banca Mondiale, del FMI, etc.; mentre, se si tratta di patteggiare per un potente alla sbarra, improvvisamente il codice riappare in doppia rilegatura, pronto a essere usato come arma contundente e assolutoria).

Contrariamente a quanto si possa pensare, il sistema della “Common Law” è strutturato in favore del potere dominante, elimina le conflittualità di classe e assicura la stabilità sociale, nel senso di tenere fuori dal gioco elementi non graditi di cambiamento (ci sono generalizzazioni mostruose se pensiamo all’Italia – in merito a quello che sto per dire -, perché ci sono altri elementi fondamentali: struttura della società, civiltà giuridica, integrità come valore, senso della comunità che si rappresenta, e tanti altri elementi). Il nostro sistema, poiché prevede la sistematizzazione della “legge” in un codice, si presta invece a conflittualità enormi (prima della codifica, una volta fatta…) da risolvere nel luogo in cui le leggi si emanano: il Parlamento. Negli USA si va avanti a colpi di sentenze (senza entrare nel merito della formazione dei giudici, ricordo solo che essi provengono dall’ordine degli avvocati) emanate dai giudici (esistono ovviamente le Statutory Law, corrispondenti più o meno al nostro Diritto Pubblico, ma lavoro di scimitarra e non è mia intenzione – non ne ho le competenze – entrare in tecnicismi), sottraendoli al circuito del consenso politico necessario per emanare leggi nel nostro Paese. Intervengono tanti altri fattori, ma il mio scopo, come sempre, è quello di indicare linee di pensiero, di ricerca e anche d’azione, nell’intento di sgombrare il campo da “il mondo così com’è” (e per i più osannanti, fideisti e opportunisti, “com’è sempre stato”).

È per queste ragioni che ho così poca fiducia nelle coalizioni, nei movimenti, nella spontaneità e nelle masse. Non è per tare leniniste o infezioni non curate di “centralismo” e/o mitologie di partito. A meno di sommovimenti bruschi e veramente di massa (in cui il legislatore tiene conto dei cambiamenti sotto la pressione del tenersi cara la pelle, sempre dopo aver tentato di farla alle masse in preda ad agitazione non controllabile con gli ordinari mezzi di repressione), la battaglia si gioca in Parlamento, anche se – e varrebbe la pena di rifletterci un po’ meglio – sono proprio multinazionali e capitale finanziario ad aver spostato il campo sempre più al di fuori dei Parlamenti e degli Stati nazionali. E, che ci piaccia o no, abbiamo bisogno di una forma di lotta politica che trasformi il “sistema del diritto”, e oggi questo avviene (ancora) in Parlamento. Un partito.

Ma guarda un po’ se dovevo sprecare un migliaio di parole per arrivare sempre alla solita e mesta conclusione. In mia difesa, non lo avevo deciso, mi ci sono trovato. Così per caso e per necessità (cit.).